— L'incenso è veramente un po' grossolano; — pensò Caio Sempronio tra sè.

— O che? — diceva intanto il banchiere. — Credi che Servilio Cepione non abbia occhi, padrona mia? Non ti dirò tutte le belle cose che possono susurrarti all'orecchio tanti vagheggini sconclusionati; ma ho un cuore anch'io, e lo metto divotamente a' tuoi piedi, insieme con cinque milioni di sesterzi. Non mi pare un'offerta spregevole; — soggiunse, tirandosi indietro sulla persona e dando una sbirciata al suo giovane competitore.

— No, certamente; — rispose Clodia Metella, fingendo di non dare alle parole del vecchio più importanza di quella che si darebbe ad una celia; — ma vi sono donne in Roma che preferiscono un cuore, senza tanti amminicoli.

— Ah, tu li chiami... amminicoli? Padrona mia, dacchè Roma è Roma, si sono sempre chiamati sesterzi. —

Caio Sempronio era sulle spine, come potete immaginarvi. Se non fosse stato per le buone creanze, avrebbe dato così volentieri un golino nella pappagorgia a quel maledetto furfante!

Un piccolo caso venne in buon punto a levarlo di pena, dando un nuovo indirizzo alla conversazione.

— Hai buoni occhi, dicevi? — ripigliò Clodia Metella, senza rispondere all'arguzia plebea di Servilio Cepione. — Or ora li metteremo alla prova. Ecco qua il mio paggio Carino che precede il mercante di Tiro. —

CAPITOLO XI. Il prodigo e l'avaro.

Cepione si volse, e vide infatti apparire nell'atrio il servitorello di Clodia, con due altri personaggi, uno dei quali, vestito d'una lunga dalmatica, vergata di bianco e di nero, doveva essere il mercante, e l'altro dalla tunica succinta, che gli giungeva al ginocchio, e dal carico che aveva sulle spalle, appariva lo schiavo del primo.

— Ben vieni, Aderbale, — disse la matrona. — Che ci porti di bello, stavolta?