— Sì... un bravo giovinotto; — borbottò Cepione, che non sapeva per qual verso pigliarla. — Ieri mattina mi ha restituito quarantamila sesterzi, che gli avevo cortesemente imprestati. È strano, per altro; — soggiunse, dando un'occhiata maliziosa al cavaliere; — i sacchetti delle monete portavano il sigillo di casa Sempronia.

— Ti è lecito di credere, — disse il cavaliere, con un suo risolino a fior di labbra, — che io gli dovessi del danaro e che glielo abbia restituito.

— Lo crederò, se ti fa comodo; — rispose Cepione, ridendo così sgangheratamente, che mise in mostra i denti più aguzzi e più neri di tutto l'orbe conosciuto; — del resto, da qualunque parte ci venga, l'oro è sempre il bene arrivato.

— Saresti avaro? — domandò Clodia Metella.

— Io? no, per gli Dei; ma ho fede nell'oro. È un bel metallo, e lo stesso Giove non dubitò di assumerne la forma, per presentarsi ad una delle sue innamorate. Non era mica novellino, il padre dei Numi. Senza oro non si ottien nulla, neanche il sorriso delle belle.

— Oh, questo poi!

— Sì, dite che non è vero; la mia esperienza dà ragione alla trovata di Giove. Donde io argomento che in amore, come in ogni altra cosa, l'essenziale sia di aver molti sesterzi.

— Via, Cepione, tu esageri. Vorrai dire che la ricchezza è un grande rincalzo alla bellezza, e su questo non ci cade dubbio. Volere o no, si spende sempre, per piacere alla gente; ma in profumi, in porpora e bisso, in perle e monili, come facciamo noi donne, per esempio.

— Ah sì, non c'è che dire; vi vestite con tutte le più preziose cianciafruscole del mondo. Siamo noi che ci andiamo spogliando. Ma niente di male; sarebbe dolce il restare con la sola tunica intima, o con un cencio di toga, come Valerio Publicola, pur di toccare il cuore ad una donna come te.

— Sia lode a Venere! Ecco almeno una galanteria; — disse Clodia Metella.