Il nobilissimo uomo entrò sotto l'atrio con passo risoluto, ma barellando un pochino per cagione di quel buzzo che doveva portare con sè, e dondolando sotto alla risvolta della toga il braccio corto e massiccio. Gli occhi piccini e luccicanti, le gote rubiconde come i rosolacci, le labbra tumide e per giunta allungate da un certo suo vezzo tra l'orgoglioso e il beffardo, finalmente quella pappagorgia che vi ho detto più su, davano al nostro Cepione una certa rassomiglianza con un tacchino. S'intende che nella mente sua egli si teneva per un gallo.

Si avanzò fino alla soglia del tablino, e, avvedutosi di quell'altro, gli gittò un'occhiata, da cui traspariva tutto il suo malcontento. Ma quell'altro non era nobile per nulla, e nobile di ventiquattro carati, come sapete; donde avvenne che gliene rimandasse un'altra così altezzosa, da mutar la burbanza di Quinto Servilio Cepione nel più amabile dei sorrisi, accompagnato dal più servile tra tutti gli inchini.

— E così, mia bella padrona, — incominciò il banchiere, rivolgendosi a Clodia Metella, — tu non eri oggi in casa pel tuo servo Cepione?

— Sei entrato e mi trovi; — rispose Clodia senza scomporsi; — segno che c'ero per te, come per tutti.

— Sì, sono entrato; ma dopo aver fatte le mie lagnanze all'ostiario.

— Ed hai fatto benissimo; — disse la furba matrona. — Se tu non avessi alzata la voce, non avrei udito nulla e non avrei potuto sapere che l'ostiario interpretava male i miei desiderii. —

Cepione rispose a quell'abile scappatoia con una crollatina di testa e con un certo ehm, che pareva una specie di compromesso tra il dubbio interno e l'obbligo di accettare quella scusa per buona.

— Eccoti il banchiere Cepione.... Quinto Servilio Cepione; — soggiunse Clodia, presentando il nuovo venuto al suo primo visitatore; — ed ecco a te, — ripigliò, volgendosi al banchiere, — il nostro chiarissimo Tizio Caio Sempronio, onore dei cavalieri romani. —

Avete mai veduto due cani ringhiosi, che già erano sul punto di avventarsi l'uno contro l'altro, ma che, ripresi in tempo da una parola severa del padrone, capiscono di doverla smettere, e, quantunque brontolando, s'accostano dimessamente e si scambiano la fiutatina d'obbligo? Se li avete veduti, intenderete a un dipresso come si salutassero quei due cittadini romani, nel tablino di Clodia Metella.

— Conosco il banchiere Cepione; — disse Caio Sempronio, con aria di bontà, da cui trapelava un po' d'ironia; — me ne ha parlato molto l'amico mio Postumio Floro.