— Urgenti, o no, lascialo entrare; — diss'egli a mezza voce.

— Ma egli ti riuscirà molesto.

— Che farci? Bisogna saper anche patire qualche cosa. Del resto, egli è venuto a cercare la luce del sole. Concedine un raggio al nuovo Prometeo. —

Carino interrogò con lo sguardo la sua bella padrona, sul cui labbro le parole di Caio Sempronio avevano chiamato il sorriso. E veduto il cenno di assentimento che essa gli fece, il vispo adolescente corse a levar la consegna all'ostiario.

— Eccoti interrotto ne' tuoi voli pindarici! — notò argutamente Clodia Metella, ripigliando il discorso con Caio Sempronio.

— Per quest'oggi; — rispose egli, con aria di rassegnazione. — Ma non mi permetterai tu di continuare, o divina? —

Un nuovo sorriso balenò dal volto di Clodia e la bellissima destra tornò per pochi istanti tra le mani del nostro eroe, che v'attinse il coraggio a sopportare la compagnia di Servilio Cepione.

Costui vi è già noto, o lettori. Era il famoso banchiere delle Botteghe Vecchie, il creditore spietato di Lucio Postumio Floro e di tanti altri giovani patrizii romani. Imprestava al dodici per cento, che era l'interesse legale. Le dodici Tavole parlavano chiaro: si quis unciario foenore amplius foenerassit, quadruplione luito; che è come a dire: se taluno darà a prestito oltre il dodici per cento, sia condannato nel quadruplo. Ma gli usurai avevano trovato ben presto la malizia per eludere la legge, fingendo vendite di merci, a cui attribuivano un valore doppio e triplo del vero, e vi è permesso di credere che Quinto Servilio Cepione non fosse in quest'arte da meno de' suoi degni colleghi. Lo accusavano altresì di tosar le monete; ma di questo io non potrei starvi mallevadore, ricordando come sia facile il volgo a credere il peggio, dove ci sia già l'indizio del male. Dice argutamente un proverbio francese: non s'impresta che ai ricchi.

Quanto alla boria nobilesca del nostro banchiere, va notato che, se egli non era proprio della gente Servilia, una delle antichissime di Roma, ci fallava di poco, essendo i suoi maggiori di gente servile. Il suo bisavolo era stato schiavo ed avea preso il nome di Quinto Servilio Cepione, quello stesso che era stato console nell'anno 648 di Roma, e che, dopo avere espugnata Tolosa, si era fatto sconfiggere un anno dopo dai Cimbri, lasciando sul campo ottantamila soldati. I figli del liberto erano diventati ingenui, e nel lucroso mestiere degli argentarii si consolavano della poca stima in cui erano tenuti da coloro che potevano vantare una lunga serie di liberi antenati e tutti i privilegi inerenti al diritto gentilizio. Ma così non la intendeva il quarto discendente ingenuo del nuovo ramo Servilio. Il nome illustre lo aveva, e questo gli pareva titolo bastante, se non forse ad ottenere una magistratura e ad essere eletto sacerdote, almeno a tenere nel suo atrio le immagini degli antenati, mescolando abilmente i mezzi busti di quattro consoli, che erano Cepioni autentici, con quelli di quattro argentarii, che erano Cepioni sì, ma apocrifi. Avete già udito come si empiesse la bocca di quella sua derivazione consolare. Non dubitate, la metteva fuori ad ogni tratto, e s'impancava coi patrizii, senza un pensiero al mondo di ciò che altri dicesse alle sue spalle. Del resto coi patrizii avea relazioni frequenti e strettissime; relazioni d'usuraio, come vi ho detto, ma che gli meritavano inchini, sorrisi e strette di mano. E questo, in attesa delle maledizioni, che non potevano mancargli alla scadenza del debito, questo nutriva la vanità del nobilissimo uomo.

Era egli, come vi ha detto Caio Sempronio, una montagna di carne. Aveva piccina la testa e grossolane le fattezze. La barba, rasa sulle guancie, gli girava a mo' di collare intorno alle mascelle, nascondendo la pappagorgia che gli pendeva sotto il mento. Postumio Floro diceva di quella barba: — è la forca che tu meriti, o Cepione, segnata anticipatamente intorno al tuo collo. —