— Nobilissimo Cepione, — diss'egli, — tu non entrerai. —
E con modi rispettosamente severi, s'industriava di mettergli le mani a posto.
— Ecco due frasi che cozzano! — gridò Cepione. — Nobilissimo è un titolo che mi piace. Sono della gente Servilia e tu mostri di non essertene dimenticato del tutto. Ma tu aggiungi, stupidissimo uomo, che non entrerò? Entrerò, a dispetto di Cerbero, entrerò in questa casa, come Quinto Servilio Cepione, mio illustre antenato ed omonimo, entrò nella città di Tolosa. —
Intanto il paggio Carino era giunto al cospetto della padrona.
— Che cosa è stato? — dimandò Clodia Metella, senza punto scomporsi.
— Cepione, il banchiere, che vuole entrare ad ogni costo; — rispose Carino.
— Non gli hanno detto che sono fuori di casa?
— Sì, ma egli non ha voluto crederlo, e giura che ha da parlarti di cose urgenti. —
Clodia Metella torse il viso, in atto di profondo fastidio.
— Le cose urgenti di Servilio Cepione! — mormorò poscia, con accento sarcastico, rivolgendosi al suo giovine visitatore.