Caio Sempronio prese amorevolmente la mano di Clodia e la carezzò, come si farebbe della mano d'un bambino che si vuol rabbonire.

— Padrona mia, — le disse, col più soave accento che uscisse mai dalle labbra d'un uomo, — tu lo sai, tu lo senti, che io ti stimo, come meriti di essere stimata da ognuno. Non mi credere un temerario vanitoso, se troppo presto ti ho palesato il segreto dell'anima mia. Certo, non era presto per me. Da tanto tempo la tua bella immagine mi stava scolpita nel cuore! Ti vedevo spesso, nella tua lettiga per via, nelle feste, nei teatri, sempre ammirata, corteggiata da mille adoratori, sfortunati, sì, ma non meno adoratori per questo, non meno solleciti intorno a te; mentre io ero lunge, non veduto da te, e senza il coraggio di avvicinarmi mai. Fin da allora ti amavo, o bellissima Clodia; ciò ch'io t'ho detto poc'anzi non era che la continuazione di un vecchio monologo. E tu condannami ora; statuisci la pena, sono pronto a subirla. —

Clodia Metella non rispondeva; ma non aveva neanche ritirata la mano, prigioniera d'amore tra le mani del nostro infiammabile eroe.

CAPITOLO X. Il terzo incomodo.

Tutto ad un tratto la bella indolente ritrasse la mano. Caio Sempronio credette di averla offesa col suo ardimento, e rimase perplesso, tra lo stupore dell'atto improvviso e il desiderio di trovare una parola per iscusarsi con lei. Ma gli occhi di Clodia non avevano mutato espressione; il suo viso spirava la calma e la benevolenza consueta. Perchè dunque Clodia Metella aveva ritirata la mano?

Il nostro eroe non ebbe a penar molto per saperne il perchè. Clodia Metella, che sedeva colla fronte rivolta all'entrata, aveva veduto accorrere il suo servitorello dal pròtiro, donde era giunto al suo orecchio un rumore confuso di voci, come di gente che altercasse sull'uscio.

Usiamo del nostro diritto e corriamo a vedere che cosa accadesse laggiù.

— Ma se ti dico che sono invenzioni! Figùrati se per un mio pari ci dovrà esser mai porta muta! Aprimi questo cancello, per Ercole, e bada di non averti a pentire! —

L'uomo che così parlava, sbuffando ad ogni tratto come un vitello marino, cercava intanto di spingere l'ostiario, per entrare nel suo camerino, donde sarebbe potuto riuscire nell'atrio, senza bisogno di farsi aprire i due battenti del cancello.

Ma l'ostiario aveva una consegna e non si lasciava intimorire dalle minacce, nè spingere indietro dagli urti imperiosi del nuovo venuto.