Lettori, se non vi dispiace (e perchè, poi, dovrebbe dispiacervi?) entriamo nel teatro di Pompeo. È presso al Circo Flaminio, nella regione nona, la più bassa e la più popolosa di Roma, corrispondente al moderno Parione.

Fu questo il primo teatro stabile dell'eterna città, e al tempo della nostra narrazione contava a mala pena i suoi quattro anni di vita, essendo stato eretto per cura di Pompeo Magno, nell'anno 699, dopo la guerra Mitridatica.

Sapete già tutti, ed io qui lo ricordo pro forma, che le rappresentazioni sceniche ebbero origine in Grecia, dove in principio era costume di farle sotto un frascato, od ombracolo, che dava ricetto ai giuochi villerecci; poscia in un carro, quello di Tespi, che menavasi attorno pei trebbi e per le borgate; più tardi su di un palco, messo insieme con quattro assi, come quelli dei saltimbanchi di villaggio. Da quel tempo, la scena aveva seguitato ad ampliarsi e ad ornarsi, ma sempre rimanendo di tavole. Una disgrazia che costò la vita a centinaia di spettatori, persuase Temistocle e i suoi Ateniesi a fabbricare di buon materiale gli edifizii scenici; e gli architetti Democrate ed Anassagora idearono in tal guisa il primo teatro di fabbrica, scavando le gradinate a semicerchio nel fianco di una collina a piè dell'Acropoli, e mettendovi di rincontro il palco e la scena.

Questo raccontano le storie. Altri vuole, ed ha parecchi ruderi dalla sua, che i primi teatri stabili sorgessero in Sicilia e nelle colonie greche dell'Asia Minore. Io, lasciando gli archeologi a vedersela tra loro, vi dirò che in Roma la severità delle leggi, non potendo opporsi validamente ai ludi scenici introdotti nel 599 dai censori Valerio Messala e Cassio Longino, bastò cionondimeno ad impedire per cent'anni intieri la costruzione d'un teatro permanente. Plauto e Terenzio esponevano le loro favole in teatri posticci, o nel Circo, destinato alle corse dei cavalli e alle sanguinose pugne dei gladiatori. Terminati gli spettacoli, doveva tosto disfarsi anche il teatro. Neppure si perdonò a quello sfarzosissimo, che Scauro aveva innalzato per ottantamila persone, con trecento sessanta colonne, tremila statue, la scena per metà di marmo e per metà di vetro. Inaudita forma di lusso! esclama Plinio. E tanta opera non ebbe che un mese di vita.

Più fortunato fu il console Pompeo, perchè il suo teatro, costrutto sul disegno di quello che egli aveva veduto a Mitilene, non soggiacque alla condanna degli Edili. La spesa era stata immensa, e il console era stato tacciato di troppo sfarzo per una fabbrica che non aveva a durare; ma, avendo egli adonestato il suo colpo con un titolo di pietà, edificando sulla cavea del teatro un tempio a Venere vincitrice, la fabbrica non potè essere distrutta, e, diventando stabile, fu lodata di parsimonia. La bandiera aveva fatto passare la merce.

Patito un incendio sotto Tiberio, il teatro di Pompeo fu subito ristorato da quell'imperatore. Caligola e Claudio lo abbellirono. Nerone in un sol giorno lo fece indorare, per mostrarlo al domani in tutta la sua pompa a Tiridate, re d'Armenia. Gran tempo dopo, essendo rovinato, fu da Teodorico rifatto sulle vecchie fondamenta. Se non riuscì del tutto una fabbrica ostrogota, bisognerà darne lode agli artefici, che erano sempre italiani. Le vestigia dell'edifizio, trovate nei tempi nostri in capo alla via dei Giubbonari, presso la chiesa di Sant'Andrea della Valle, fanno buona testimonianza della romanità del lavoro.

Ma entriamo una volta e vediamo le tre parti notevoli del teatro, che sono la cavea, l'orchestra e la scena. Tutti i teatri romani, su per giù, con un meniano di più, od uno di meno, si rassomigliano, e quando se n'è visto uno si son visti tutti.

La cavea, che oggi direbbesi il recinto, è la parte più ragguardevole per la sua mole e quella che propriamente può dirsi theatrum, o visorium, perchè di là gli spettatori, distribuiti lungo le gradinate a semicerchio, vedono la scenica rappresentazione. Le gradinate, dal podio, o parapetto «che men loco cinghia» come direbbe Dante, salgono allargandosi man mano fino all'orlo superiore, intorno a cui gira una galleria coperta, dal cui architrave sporgono gli arpioni, o i pali, che terranno disteso il velario.

Ogni sette gradinate ce n'è una larga, ed alta il doppio delle altre; e questa non è per sedervi, ma per passare da un punto all'altro del recinto. Di queste divisioni (praecinctiones) nei teatri molto grandi ce ne sono infino a tre. Il complesso dei gradi tra una precinzione e l'altra dicesi moenianum, specie di ripiano interiore a cui corrisponde di fuori un ordine di maestose arcate e di gallerie. Dove le precinzioni e per conseguenza i ripiani sono tre, la cavea resta divisa in tre ordini, che si dicono cavea prima, cavea secunda e ultima cavea (la piccionaia moderna), i cui gradi non sono di pietra, ma di un semplice tavolato. Ogni meniano è tagliato da più scale, raffiguranti i raggi d'un circolo, donde gli spettatori vanno a cercare il posto loro assegnato dalla tèssera, o biglietto d'ingresso; e in tutte lo precinzioni si aprono più porte (vomitoria) donde sbocca in teatro la folla, venuta su per gli androni che girano nei fianchi dell'edifizio. Gli spazi compresi tra le scale hanno sembianza di cunei, epperciò ne portano il nome.

Tutte queste divisioni vi confonderebbero oggi la testa, lo capisco. Ma, se foste Romani d'allora, non ci pensereste più che tanto. Facciamo un esempio. Avete avuto una tessera d'avorio, su cui, accanto al titolo della commedia (Casina Plauti) sono incise queste parole abbreviate: CAV. II. CUN. III. GRAD. VIII. Che vuol dir ciò? Che avete l'ottavo posto nel terzo cuneo della seconda precinzione, o del secondo meniano. Non vi confondete adunque, pigliate la scala che mette alla galleria del second'ordine; giunto lassù cercate la indicazione del terzo vomitorio, e di là riuscite subito entro la cavea, alla vista del pubblico. Un'occhiatina ai numeri; il cuneo comincia con cinque posti; dunque il vostro sedile è nel secondo giro di gradini; eccolo là, difatti, col suo bravo numero inciso sulla pietra. Il maestro di sala (designator) non lo ha lasciato occupare da nessuno; al peggio dei peggi (come avviene oggidì nelle sedie chiuse dei nostri teatri) il vicino, per comodo suo, ci ha posato il suo pètaso. Andate liberamente, egli si affretterà a tirarlo via; se no, avrete il diritto di fargliene una frittata.