— Lo so, poverina; intendo i tuoi spasimi, e, come vedi, asciugo una lagrima di tenerezza. Mia candida colomba! Sei così buona, così affettuosa! Lo seppe Metello Celere, tuo cugino e marito; lo seppe anche la felice memoria di Publio Clodio, tuo degno fratello....

— Ma infine, — proruppe Clodia, non vedendo più lume, — vorrai tacere una volta? Lascia i morti nell'Averno e non mi dar noia più oltre. Ti ho sempre ai fianchi, ora coi sarcasmi, ora con le minaccie. Chi ti ha mai impedito di fare il tuo mestiere? Metello Celere ha avuto il torto di morire, senza lasciarmi venti milioni di sesterzi. Se così non fosse, vedresti tu come io starei a sentirti.

— Eh, lo so, che non mi ami. Ma appunto per ciò è notevole la nostra alleanza. Che cosa c'è di più grande di due che si odiano e si aiutano a vicenda? Io, vedi, qualche volta sento il desiderio di chiuder le mani intorno al tuo collo di cigno e di strangolarti senz'altro. Sei bella ed io non lo sono; ti amo e tu ti beffi di me; quando pure ti degni di sorridermi, indovino che ciò mi costerà un bel gruzzolo di monete. Ah, se non fosse che tu sei una civetta addestrata e che fai calare da tutte le frasche i merli curiosi al mio campo!... Ma basta; se no, vado fuori dei gangheri. Padrona mia, siamo intesi e non occorrono altre spiegazioni tra noi. Venere conservi la tua bellezza, e Diana cacciatrice mantenga saldi i panioni del tuo nobilissimo servo. —

Ciò detto, il bravo argentario si alzò da sedere, e, fatto un mezzo inchino alla sua alleata, s'incamminò verso l'uscio. Clodia Metella riprese il suo codice e provò a ricominciar la lettura, ma per un bel pezzo non ne spiccicò una parola.

CAPITOLO XII. Nel teatro di Pompeo.

Siamo ai cinque di aprile, giorno dedicato nel lunario cattolico a San Vincenzo Ferreri, ma segnato nell'antico calendario romano con queste parole LUD. MATRIS MAG., abbreviazione che vuol dire: ludi Matris magnae, ossia, giuochi della Gran Madre.

Erano questi i giuochi Megalesi, e si facevano in onore di Cibele, la Berecinzia, detta in greco Megale Meter, che significa appunto gran madre. Avevano avuto cominciamento verso la fine della seconda guerra Punica, nell'anno 548 di Roma, quando il simulacro di Cibele, la madre degli Dei, fu portato di Frigia alle rive del Lazio, e di là, con pompa straordinaria, introdotto nelle sacre mura di Romolo. Erano giuochi particolarmente scenici; perciò si celebravano sempre in teatro, e nel giorno che cadevano correva tra i cittadini una lieta usanza di convitarsi a vicenda. La qual cosa esprimevasi col verbo mutitare, cioè tramutarsi a cena qua e là, or da questo or da quello, come a memoria del felice tramutamento della Dea dallo rive di Frigia a Roma.

Ovidio ci ha detto nei Fasti perchè i giuochi Megalesi fossero i primi e i più grandi dell'anno. Berecinzia non era forse la genitrice dei Numi? Era giusto che i figli cedessero il primo luogo alla madre. Cicerone, che per infilzare aggettivi non restava indietro a nessuno, chiamò i giuochi Megalesi «casti, solenni, religiosi sopra quanti ne furono mai» e soggiunse che «a riverenza della loro origine e della dea cui erano sacri, non fu mutato loro neppure il nome, essendo i soli tra i giuochi romani, che si chiamassero con vocabolo straniero.» Vedete un po' che maestà sbardellata di giuochi!

Altre solennità ammettevano le rappresentazioni sceniche, come ad esempio i giuochi Consuali, sacri a Conso, dio degli arcani consigli, che, essendo stati ordinati da Romolo in memoria delle rapite Sabine, erano tenuti i più nazionali, e perciò detti Romani per eccellenza. Venivano poscia i Plebei, i Funebri e gli Apollinari; i primi in memoria della rivendicata libertà contro gli oppressori Tarquinii e della restituita concordia tra i padri e la plebe, dopo la fortunata favoletta di Menenio Agrippa; i secondi, derivati dai Greci, in onore degli illustri defunti; gli ultimi, consigliati dalle profezie d'un tal Marcio indovino, che nella seconda guerra Punica aveva promessa la vittoria, purchè si onorasse Apollo con solenni spettacoli. Ma la festa Megalese si distingueva in ciò da tutte le altre, che essa consisteva appunto ed unicamente nelle rappresentazioni teatrali.

E qui si facevano onore gli edili curuli, magistrati che avevano cura degli edifizii cittadini, dell'annona e dei solenni spettacoli. Erano essi che pagavano i poeti drammatici di maggior grido per averne commedie nuove da sperimentare in quell'occasione, e che spendevano profumatamente per mettere in iscena col massimo decoro le migliori produzioni dei vecchi. Quattro delle sei commedie di Terenzio, l'Andria, l'Eunuco, la Suocera, il Punitor di sè stesso, furono scritte per questi giuochi. Nè creda il lettore che la moltitudine si accostasse con molta religione a cotali cerimonie, quantunque fatte in onore della madre degli Dei. Si rideva e si fischiava come ora, che il teatro è doventato la cosa più profana del mondo. La Suocera di Terenzio non fu lasciata finire, perchè nella piazza accanto al teatro lavoravano i funamboli, e l'uditorio svagato aveva più voglia di veder passeggiare sulla corda, che di esserci tenuto lui, sulla corda, dalle invenzioni del gentile poeta. Consolatevi, autori del tempo mio; il pubblico è sempre lo stesso, da che esiste il teatro.