—Come? ma se ha l’aria di una ragazza! O figlia, o nipote, avrei detto.
—Ed è sua nipote, infatti.
—Ah, ora ci sono;—gridò Maurizio.—La figlia del signor Camillo.... il miscredente.—
Il volto della contessa Albertina si rabbruscò, a quella scappata del fratello Maurizio.
—Perchè miscredente?—diss’ella con accento di mite rimprovero.
—Lo dicevano, allora, ed io ripeto quel che ho sentito.—
Avrebbe voluto soggiungere: lo diceva perfino nostro padre. Ma capì di aver abbastanza amareggiato l’animo della sua dolce sorella, senza bisogno di metterlo ancora in angustia colla testimonianza del babbo.
—Sarà stato uno scherzo;—diss’ella ripigliando.—Del resto, tu sai che il mondo s’inganna facilmente a certe apparenze, per discorsi male intesi e peggio riferiti. Comunque sia, il meglio che si possa fare....
—È di non credere alla miscredenza;—interruppe Maurizio, compiendo a suo modo la frase impacciata di sua sorella Albertina.—Hai ragione, sai? nel caso particolare e nel caso generale, hai ragione. È bene di non ripetere certe cose, neanche a sè stesso. Ed ecco,—soggiunse egli,—che cosa vuol dire andar via da casa, per ritornarci dopo vent’anni, con tanto viatico d’esperienza. Io ho lasciata qua la mia buona filosofia, che mi sarebbe stata tanto utile laggiù. Per fortuna, la ritrovo ora, messa ad interessi composti, sotto il tetto paterno.
—Eh via, non ti far così brutto, ora;—disse di rimando Albertina.—Ti ho veduto poc’anzi in chiesa, e non mi sei parso niente diverso da quello di venti anni fa. Eri serio, composto.... e divoto.