Un sospetto s’affacciò alla mente di Maurizio; il sospetto che tutta quella arrabbiatura a freddo fosse stata un pretesto. Se così era, l’orso bianco della Balma poteva anche passare per un uomo di spirito. Ma ugualmente per un uomo avveduto? Maurizio fece il suo esame di coscienza con tutta sincerità. Egli ricordava benissimo di non aver mai detto niente alla contessa Gisella che potesse destar gelosia nel marito. Le sue galanterie erano sempre state di quelle che sono permesse, anzi comandate in società, sotto pena di passare per ignoranti o per ipocriti. Neanche c’era stato il caso di coglierlo in flagrante di lunghe occhiate, di mute adorazioni; quel covare una donna con gli occhi, che alle volte è peggio del farle una dichiarazione, non si poteva certamente rimproverare a lui, che non ne aveva mai avuto il costume, e dal suo riserbo non aveva avuto neanche ragione di dipartirsi alla Balma. La contessa della Bourdigue gli era apparsa bella, anzi bellissima: più bella del vero l’aveva definita dentro di sè, ridendo della sua propria scioccheria. Ma le bellissime donne comandano più ammirazione che non ispirino amore; e l’ammirazione è stato d’animo che non suole durar molto. Si è sgomentati, oppressi, annichiliti da un tale eccesso di bellezza, che non par naturale; e si cerca di sfuggire più presto che si può a quel senso di pena. In lui, del resto, al senso della ammirazione artistica, era sottentrato il rispetto, e al rispetto l’amicizia, quanta può esserne tra un uomo e una donna, ma certamente un’amicizia leale. Provava accanto a lei un sentimento di pace ineffabile; e questo non si poteva scambiare per un sintomo d’amore, no certo. Aggiungete questo: un giorno, involontariamente, come vengono spesso i cattivi pensieri, gli era passato per la testa che ci fosse qualche cosa tra la signora generala e quel buon ragno del capitano Dutolet; e, notate un importantissimo segno, non ci aveva sofferto; solamente si era accontentato di osservare, molto filosoficamente, che tutti i gusti son gusti. Dopo tutto, quella bellissima donna non aveva sposato il generale? non lo aveva voluto lei, il suo zio e tutore, che la precedeva di oltre quarant’anni nella marcia forzata dell’esistenza?

Quanto a sè, conchiudendo, Maurizio non vedeva niente di cui potesse chiamarsi in colpa. Ma proprio niente? E perchè, ad esempio, quella gioia profonda, intensa, che lo aveva tutto penetrato, ad una certa stretta di mano, lunga e forte? Dio mio, era la gioia dell’opera buona in cui erano associati. E perchè quella compassione tanto viva per la miseria dei Feraudi? Gli dovevano premer tanto, i contadini del Martinetto? Gli uomini, di solito (e si parla dei buoni, dei caritatevoli) se la cavano con una abbondante elemosina. E in questa categoria di larghezze spensierate poteva entrare, mettendoci un po’ di buona volontà, il regalo di dugento cinquanta lire al fornaio di San Giorgio. Ma l’ardore, la furia con cui si era adoperato per quella povera gente, come s’avevano da intendere? Qui il signor Maurizio rimase un pochino dubbioso. E quel dubbio gli fece male. Lui innamorato? lui, che aveva giurato di non lasciarsi cogliere mai e poi mai?... Superficiale per deliberato proposito nelle sue relazioni, leggero e volubile per la stessa qualità della scelta, il brillante ufficiale di marina aveva fin allora saputo conciliare la incostanza del cuore con la probità del carattere, non turbando la pace di nessuno, nè la sua. Se di punto in bianco egli si era tanto mutato, il generale aveva avuto ragione ad insospettirsi; si era dimostrato un uomo avveduto, e insieme di spirito, cogliendo quel pretesto della discussione filosofica per levarsi un importuno dai piedi. Ma perchè andarlo a cercare, l’importuno, che non era e non voleva esser tale? Perchè, avuta la prima visita, si era ostinato a voler la seconda, la terza, e via via fino alla ventesima, o giù di lì? Eterna istoria! così fanno tutti, quando si fidano. Si annoiano di esser soli, e cercano compagnia; poi non si fidano più, e d’essere accompagnati si seccano.

Tutto questo ragionamento, se ragionamento può dirsi un simile annaspìo, riusciva a confonderlo sempre più. Frattanto, non sarebbe più ritornato alla Balma; nè, per un certo numero di giorni, avrebbe dovuto pensare al poi. Aveva annunziato un viaggio: quel viaggio bisognava farlo, non foss’altro per muoversi, per isnebbiarsi il cervello. E non già, come aveva detto, la mattina per tempo; ma più tardi, nella giornata, alla vista di tutto San Giorgio, partì per Ventimiglia: giunto là, non volse per Genova, dove non aveva niente da fare, sibbene per Nizza, dove almeno era sicuro di non incontrare amici e conoscenti che gli entrassero della sua dimissione; argomento molesto, e tanto più allora, che di quel colpo di testa incominciava a pentirsi.

Nizza era bella, e Maurizio non voleva negarlo, dopo averlo riconosciuto tante volte. Ma era vuota, Dio santo, fredda e senza luce; il mare d’inchiostro; la via della Stazione un deserto; il Castello un catafalco; la passeggiata degli Inglesi un mortorio. Così tingiamo noi le cose del colore dell’anima nostra. Maurizio si crucciò a Nizza due giorni; il terzo non ci potè più resistere, e allora se ne ritornò a Ventimiglia, ripartendo per San Giorgio in modo da arrivarci nella notte, due ore prima dell’alba, quando tutti dormivano. Dunque innamorato a buono? E dopo essersi messo da sè fuori del paradiso? Sì, gli bisbigliava un demone all’orecchio, sì, come un vero collegiale. No, rispondeva una voce dal fondo dell’anima, come un onest’uomo.

E si chiuse nelle sue stanze, risoluto di lavorare. Avrebbe desiderato di vedere il medico, per sapere qualche cosa della povera Biancolina; ma volle resistere a quel desiderio morboso, non amando lasciarsi vedere in paese. Sapessero poi, o non sapessero, ch’egli era tornato; l’essenziale era di non mettersi in mostra, e di poter dire più tardi dei fatti suoi quel che gli fosse piaciuto. Del resto, se lassù credevano ch’egli fosse in paese, tanto peggio per chi gli aveva usato villanìa: si sarebbe capito, dopo tutto, ch’egli aveva dovuto provvedere in qualche modo, fosse pure con una bugia alla tutela della sua dignità.

Questo medesimo pensiero, cresciuto e fortificato nell’anima sua, gli consigliò dopo qualche giorno di rompere la volontaria clausura. Gli pesava il vivere da schiavo. Schiavo di che, finalmente? Uscì, dunque, ma non per andare in paese: si trafugava di buon mattino dall’uscio dei campi, muovendo spedito verso la montagna. Non si arrisicava dalla parte dell’Aiga; andava dal lato opposto, verso la Sisa, una balza indiavolata, più fatta per camosci che per uomini. Di lassù, dopo due ore di marcia, si scopriva molto orizzonte; inoltre, si vedeva ancora il Martinetto, e più in là, sull’ultimo sporto della costiera boscosa, il castello della Balma.

Nella sua prima ascensione Maurizio aveva portato con sè, da previdente alpinista, il suo binocolo a tre lenti, per campagna, teatro e marina. Ma la vista di lassù era così stupenda per lontananze preziose, che quel piccolo strumento ottico non gli parve bastante. Immaginate voi se non avesse ragione, essendogli occorso di vedere là in fondo, dalla eminenza della Balma, apparire una figura di donna. Poca cosa, per verità; come una chiazza di bianco sul verde, ma su quel bianco una macchia di rosso vivo, che gli rammentava un certo ombrellino. La piccola apparizione muoveva snella verso tramontana; non si vedeva più; si ritornava a vederla; pareva venisse alla volta del Martinetto, poichè non scendeva, nè andava più alta d’una certa zona del bosco.

Maurizio aveva riconosciuto Gisella, e il cuore gli aveva dato un sobbalzo. Si era affrettato a fissare il momento, guardando l’orologio: erano le dieci in punto. La vide così apparire e sparire tre o quattro volte, secondo le sporgenze e le insenature della costiera; poi più nulla, e passò un’ora senza luce; ma dopo quell’ora, sì, no, sì, lei ancora, avviata verso mezzogiorno, per ritornare al castello. Ma era quotidiana, la gita? Il cuore diceva di sì; l’osservazione confermava la divinazione del cuore.

Il giorno dopo, infatti, la graziosa apparizione si ripeteva, alla medesima ora; e questa volta non era più un punto bianco e rosso: era una figura intiera e distinta, veduta come se fosse a cinquanta passi da lui. Maurizio aveva lasciato a casa il binocolo e portato con sè un canocchiale di bordo, specie di telescopio, a tubi scorrenti l’uno nell’altro, per modo che non facesse ingombro tra le mani, nè fosse difficile portarlo ad armacollo. Ah, come la vedeva bene, oramai, la bellissima tra le belle! Graziosa nelle movenze, leggera nel passo, vestita di bianco, ma con certe screziature di rosso; i due colori che le piaceva di accoppiare nel suo vestiario, e che andavano a maraviglia con quella sua figura giovanile; rosso il nastro del suo cappellino di paglia, rosso l’ombrellino che si spandeva come il calice di un bel rosolaccio sulla sua testa dorata; così vedeva egli Gisella, così aveva l’illusione d’esserle ancora vicino.

Tutto ciò dava ogni giorno due ore di occupazione a Maurizio; pensare a quelle due ore, aspettarne il ritorno, erano giocondi uffizi per lui. E senza fallire al suo debito di onest’uomo, perchè amare è permesso, anche quello che non ci appartiene, quando si ami da lontano, come si ama una stella, seguendone il corso nello spazio.