Buona e cara Albertina! Egli andava a farle compagnia nella triste casa; e qual compagnia! Lei, fastidita del mondo anche prima di conoscerlo, certamente per qualche intima ragione si era appartata a quel modo, rinunziando alle gioie della vita; se pure la vita ne ha. Anch’egli, vecchio scapolo, che aveva sognato d’impalmare la gloria, offeso un giorno nella sua dignità, rinunziava a tutti i sogni di una legittima ambizione, per andarsi a rinchiudere nella casa dei suoi maggiori, come un povero alcione ferito va a posar l’ala sanguinolenta sul nido abbandonato.
Maurizio aveva già scritto alla sorella, annunziandole la sua dimissione come un proposito irrevocabile: ma egli non intendeva già d’impoltronire nella sua bicocca montanina; non voleva finir cacciatore, nè giuocatore beone, come tanti gentiluomini campagnuoli. Possedeva una ricca libreria; l’avrebbe al bisogno accresciuta, per dedicarsi ad un’opera di polso. Aveva sempre vagheggiato il pensiero di scrivere un libro delle guerre marittime d’Italia, ma condotto con una certa larghezza di disegno, da appagar tutti i gusti, da rispondere a tutti i bisogni intellettuali, ordinato e preciso come una storia, vivo e animato come un romanzo, il libro del marinaio italiano, il libro che mancava ancora, per dare una idea chiara e compiuta delle antiche navigazioni e degli antichi commerci, argomenti di emulazione e cause di guerra tra i popoli; per descrivere i costumi marinareschi, le imprese audaci, le trasformazioni successive della strategìa e della tattica navale nel gran bacino mediterraneo. Certo, per condurre a termine un’opera come quella, non gli sarebbero bastati i libri che possedeva. Ma il primo anno lo avrebbe speso a tracciare il quadro; poi avrebbe veduto, si sarebbe destreggiato via via secondo il bisogno, cercando altri libri, viaggiando per città e biblioteche; ottima occasione per isgranchirsi, per non fare la ruggine. Ed era ancora una bella vita per un uomo di trentadue anni; e aveva tempo davanti a sè per colorire degnamente il quadro ideato.
Il suo attendente, congedandosi da lui alla stazione di Spezia, gli aveva dato il buon viaggio con le lagrime agli occhi.
—Grazie, Susini, e addio; siamo uomini;—gli rispose Maurizio.—Scrivimi, se ti occorrerà qualche cosa; ed anche quando non ti occorrerà nulla; riceverò sempre le tue lettere con molto piacere.
—E lei, signor tenente, non avrà mai bisogno di nulla, da un povero marinaio?
—Sì, spesso sentirò che mi mancherai, bravo Susini. Intanto, ti prego, appena sarà di ritorno, mi saluterai il Duilio.—
Aveva il cuor gonfio, il signor Maurizio, e incominciava a tremargli la voce.
—Ah, signor tenente!—mormorò il marinaio, singhiozzando.—È stata una grande ingiustizia.
—No, sai? t’inganni. Non si fanno ingiustizie, in servizio. Ci possono essere degli equivoci, dei malintesi; ma ingiustizie no, mai;—replicò il signor Maurizio, che aveva ancora la disciplina negli occhi e non voleva finir la carriera dando lo scandalo di dir male o di lasciar dir male dei superiori.—Se ti sembro commosso, pensa che ne ho qualche ragione. Non si abbandona il mare senza uno schianto dell’anima. Un giorno la sentirai anche tu, Susini mio, la nostalgia del mare.
—Io no, signor tenente, con sua licenza non avrò da sentirla. Non si ricorda che sono della Maddalena?