Maurizio si risvegliò dal suo momento di ebbrezza. Era lui, lui ancora, o non forse un altro, il vittorioso, il felice, il signore dell’universo? Anche lei, la divina creatura, gli appariva trasfigurata, per miracolo d’amore. Nuovo mondo era quello, altra regione, ignota sfera per lui; e ci viveva così bene! come in una di quelle nubi, luminose e fragranti, dove la fantasia dei pochi ha finito o indovinato che si celino, trascorrendo sulla terra, gli spiriti puri, gli abitatori del cielo. Maurizio visse estasiato in quel mondo, delle cose dell’esistenza lasciando ogni cura alla consuetudine, esperta guida che non ha sempre mestieri del raziocinio. Non fa altrimenti il sonnambulo; va diritto e sicuro, adempiendo a tutti gli uffici dell’uomo desto; per una cosa sola, che è la sua meta, il suo pensiero dominante, continua il sonno ed il sogno.
Vederla apparire ogni giorno, lassù, nel verde aereo nido accanto alla cascata dell’Aiga, che momento per lui! E come volavano inavvertite le ore, mentre la montagna custodiva il suo dolce segreto! Gli uccellini della macchia non fuggivano più, vedendo appressarsi quei due fortunati, immemori, inconsapevoli d’ogni altra cosa che non fosse il loro affetto scambievole. Erano due amici, oramai, per la gaia famiglia del bosco. Spensierati come voi, scriccioli della siepe, come voi, cardellini del prato, si amavano senza badarsi d’attorno, s’inebriavano della stessa fragranza silvestre, della medesima freschezza, della medesima gioventù del creato; unica immagine l’ora presente, unico pensiero il fido colloquio, unica legge l’amore.
Gisella era calma nella intensità della sua gioia, piena della sua felicità di dea, vera figlia della natura, come l’avevano voluta i suoi educatori. Sentiva allora, per la prima volta, tutta l’ebbrezza del vivere; quasi per effetto di rivelazione subitanea, vedeva più addentro negli arcani delle cose; una lingua fin allora sconosciuta dischiudeva i suoi misteri per lei. Le pareva d’intendere le voci degli uccelli nella frappa, e si fermava estatica ad ascoltarli.—Sentite, Maurizio: questo qua dice alla sua compagna che la mattinata è splendida, e che si potrebbe fare una volata fin lassù, da quei ginepri. E quest’altro.... ma no, diciamo quest’altra.... Sapete di chi parla? Di voi, signorino; dice che siete buono, e gli piacete a quel modo. Cara, ma brutta! ragiona bene, e non mi va. Che cosa deve importare a voi, signorina, che il mio Maurizio sia buono? Non ha mica da esser tale per voi.—
Maurizio rideva, partecipando con tutta l’anima a quei giuochi infantili della divina creatura. Ma non c’era sempre da ridere. Quello stesso giorno, ad esempio, volendo forse prender consiglio dagli uccellini, Gisella s’inerpicava sulle alture, alla volta dei ginepri. Lassù, presso un cespuglio, aveva veduto due serpi avviticchiate, che davano sembianza del caducèo di Mercurio. Si era avvicinata, al solito, da vera figlia d’Eva, con molta curiosità e senza ribrezzo, mostrando a Maurizio, che invano cercava di tirarla via, come una di quelle serpi avesse la testa quietamente posata tra le fauci dell’altra, ammiccando di là sotto con gli occhietti astuti, mentre all’altra, che la teneva stretta tra i denti, si vedeva palpitare con ritmo accelerato la gola gialliccia. Stranezza di voluttà in quelle due care bestiuole!
—Andiamo, via,—diceva Maurizio,—potrebbero essere due vipere.
—Ebbene che importa?—rispondeva Gisella, senza volersi spiccare di là.—Esse si amano e non badano a noi; si lascerebbero uccidere, piuttosto che muoversi. Guardate che ingegno, se sono velenose come voi dite; amandosi come fanno, si nascondono a vicenda il veleno.—
Maurizio non ebbe pace, finchè non l’ebbe allontanata dalle serpi.
—Lasciamole amare a modo loro;—diss’egli;—chi ama non vuol testimoni.—
Gisella sorrideva, socchiudendo i grandi occhi d’indaco e sprigionandone lampi «di faville d’oro» come avrebbe detto il Chiabrera; quindi arrovesciata la bionda testa sull’omero, porgeva la bianca gola ai baci del suo sgridatore, per cui era tanto lieta, tanto superba di esser bella.
Qualche volta vedevano in lontananza il Feraudi, piantato a guardia del suo armento su qualche rialto della montagna. Il contadino vedeva loro aggirarsi più spesso all’aperto, per far le scorribande, che non per andare al Martinetto, dov’era la sua convalescente, tacito pretesto a tutti quegli incontri quotidiani. Vedeva, dico, ma non dava segno di ravvisare, e lento nei gesti si voltava a guardare da un’altra parte.