—E i tuoi convitati,—soggiunse ridendo Felice,—ti hanno trovato compitissimo.—
Roberto Fenoglio si lasciò cadere con aria stanca sul canapè.
—Tu mi consoli, amico!—diss'egli, dopo un lungo sospiro.—Morrò almeno contento dell'altrui contentezza.
—Che diamine dici? Sei tu pazzo ora?
—No, parlo da senno e del miglior ch'io m'abbia. Sentimi, Felice; io non posso più tirare innanzi questa monotona vita. Io non faccio un passo senza che il piede medesimo si annoi d'esser mosso.
—Ecco una variante del Malade imaginaire!—esclamò Felice, in quella che andava a sedersi comodamente in una poltrona, di rincontro a Roberto Fenoglio.
Questi non badò all'atto di Felice, intento com'era a rispondergli.
—Ah sì, in tal guisa parlano i sani agli infermi. Anch'io, al capezzale di un tisico, gli ho detto un giorno: ma che diamine parlate voi di morire? Avete le guancie colorite come una mela. E dieci giorni dopo era morto.
—Dilla su dunque una volta, questa tua malattia, ed io farò di trovarti un buon medico.
—Ah ci vuol altro che un medico! La scienza non conosce il mio male, non lo ha classificato ancora ne' suoi libri; ma esso esiste, esso è là dentro.