—Al diavolo la Cina!—proruppe l'altro,—io preferisco la tua cena.

—Oh bello, bello, stupendo! Ripetilo, Felice, te ne prego.

—Che cosa?

—Il tuo bisticcio. Sai che amo i bisticci, come tu le bistecche…. Ah, ah! che te ne pare del mio? Gli è un po' stiracchiato, come le mie braccia, tutta questa sera, per effetto della noia.

—Tu sei dunque annoiato?

—Sì, Felicino, pur troppo; il figlio della luna, il cugino del sole, s'è maledettamente annoiato.

—Male! io mi son divertito. È vero che le spese non le ho fatte io, e piacere che non sente il rame è pretto piacere. Che ottima cena! Viva te, Roberto primo ed unico della tua dinastia! Viva il tuo vino, i tuoi tartufi! e le tue bajadere. Che vispe ragazze! Oh non sai tu, che, se non era il pensiero della mia bella cugina, io questa sera ne sposavo una, senza tanti preamboli?

—Ti ringrazio per lei della tua buona intenzione,—rispose, spalancando le fauci e tendendo le braccia, il buon mandarino,—e ti ringrazio per me, se non sei costretto a sbadigliare, come io faccio in questo punto per la millesima volta.

—Ma che diamine ti saltò in mente di vestirti a quel modo e di costringerti a non metter fuori che cinque o sei monosillabi?

—Compatiscimi, Felicino! Ho pensato che, essendo i cinesi il popolo più cerimonioso del mondo, io, come cerimoniere di casa mia, non potevo fare a meno di vestirmi da mandarino. Ora tu m'hai veduto ed udito; non ho fatto altro che dire A-ing-fo-hi, che in cinese, io credo, significa: son molto lieto di vedervi.