Non appena fui solo ed ebbi serrate la porta del corridoio, rimasi fermo in mezzo alla stanza senza saper più che fare. Uno smarrimento, giustificato da qualcosa che ancora non aveva preso forma nel pensiero, mi teneva così in una fissità di automa.

Guardavo gli oggetti riflessi nel fondo di uno specchio; ascoltavo i suoni confusi che mi arrivavano dalla via. Certo era che non pensavo a coricarmi.

Poi mi riscossi, mi avvicinai all'uscio della stanza di Giacometta; accostai l'occhio alla serratura; ma non potei vedere ciò che accadeva dall'altra parte.

Che faceva la mia vicina? Si sarebbe coricata tranquillamente... così?...

E aspettavo, non essendo ben certo che qualcosa fosse per accadere di molto diverso dal consueto.

Dalla stanza di lei non mi giungeva il benchè minimo suono. Avevo udito quand'ella aveva serrato l'uscio del corridoio a doppia mandata; ma, dopo questo, si era chiusa nel cuore del silenzio.

Che faceva?... Dormiva forse?...

E l'idea ch'ella fosse già placidamente sperduta nel sonno, mi angosciò.

Poi nel mio agitato muovermi urtai una seggiola che si rovesciò. Allora, d'improvviso, Giacometta mi chiese:

— Cosa fai?