Fuggì; pareva corresse a piedi nudi sul tappeto. Poco dopo la sua voce, più lontana e più spenta mi chiamò:
— Franzi... vieni!...
Quando posi la mano sulla maniglia dell'uscio, tremavo come un paralitico. E dovevo essere pallidissimo, allorchè apparvi nel vano, perchè ella mi domandò:
— Ti senti male?
— No, Giacometta...
— Vieni... Siedi qui...
Si era sprofondata in una ampissima poltrona di cuoio rosso e mi fece prendere posto sul bracciuolo.
Era appena vestita... che so io?... Attraverso la vestaglia rosa, nella quale si era avvolta, la vedevo più ignuda che se mi fosse apparsa solo nella sua serica pelle. Ignude erano le braccia e il collo, il seno e le spalle; ignuda la caviglia sottile; i piccoli piedi calzavano due pantofolette del color delle rose. Si era già pettinata per la notte: aveva raccolto parte dei capelli in una cuffietta alla foggia dell'Olanda; ma non tanto raccolti erano che due grosse ciocche non le scendessero fino alle guancie. E due rose bianche, una per parte, morivano sulla biondezza de' suoi capelli ricciuti.
I grandi occhi di bambina, i suoi occhi — «color seta celeste come il vestito della Madonna» — per chiamarli con le parole di Principina, si sgranavano in un muto sorriso; la grande iride lionata, fatta meno ampia dal dilatarsi delle pupille, nella leggera penombra, si accendeva, a quando a quando di una curiosità ambigua che turbava quella freschezza, con qualcosa di acre e di insano.
Ma sapeva di essere bella, sapeva di raggiungere il limite tragico della bellezza. Tutto poteva riuscirle; tutto le era dovuto. La sua bionda adolescenza era una divina parola per gli uomini stupiti che la vedevano passare. E a me, proprio a me era toccata l'immensa gioia di poterla godere!