Abile in tutto, aveva avvolte le tre lampade centrali in una sciarpa rossa cosicchè la luce si diffondeva blanda, ammorzando ogni violenza di contorni, per fondere in un'unica dolcezza i fiori, le cose, le creature.

Aveva disposto, in un tavolo, un grande vaso di bianca maiolica e dentro vi aveva raccolto gran parte delle mie rose. Altre rose rosse erano gettate sulla coltre del letto; ed altre, bianche, erano ai suoi piedi e, vicino a lei, sulla poltrona.

Quando chiusi l'uscio e mi avanzai, ella, gettate via le pantofolette del color delle rose (ed io vidi, nel gesto improvviso, la meraviglia della sua schietta e sottile nudità, fin oltre le rotonde ginocchia!...) si raccolse tutta, si rannicchiò nell'ampissima poltrona riducendosi come un piccolo rosso ghiro nel suo nido di foglie secche; e, sporto innanzi il piccoletto viso, allargò le braccia, posando le minuscole mani sui bracciali della poltrona, in tale gesto di grazia, che sarei caduto in ginocchio ad adorarla.

— Siedi qui...

Sedetti. Ella mi si accostò; sovrappose le minuscole mani sulla mia gamba, appoggiò la guancia alle mani e mi guardò così dal sotto in su, sorridendo muta.

Quant'era bella!...

Dalla pura fronte al mento disegnato in una soavità che appena compiva l'ovale del viso per accordarne la linea a quella della gola, là dove muore e palpita nel palpito delle parole, tutta la delicata faccia si compiva nella musicale dolcezza di un fiore; nè vi era parte sua che potesse, o per una luce più cruda o per un angolo visuale diverso, apparire meno perfetta. La soavità di ogni particolare compiva il miracolo di quel volto angelicato di adolescente che poteva tuttavia tramutare d'improvviso, senza perdere l'incantesimo suo ed essere men puro, allora che dal torbido ridestarsi dell'anima nuova al mondo, saliva una fra quelle inespresse e tormentate volontà che presentivano il vizio e volevano assaporarlo in un desiderio di sùbita violenza.

Per un poco mi sorrise ella ancora, senza togliersi da quell'atteggiamento, poi gettatemi le ignude braccia al collo e avvinghiatasi a me, mi susurrò in un improvviso delirio, ansimando:

— Prendimi!... Prendimi!...

E, parrà a voi, che quello dovesse essere il punto logico del giusto sacrificio... E anche a me parve, tantochè, perduta ormai la nozione dei giorni e del tempo, travolto dalla mia giovine forza che tempestava, stretta che l'ebbi fra le braccia e coperto il caro volto che smoriva, di un diluvio di baci, tentai di averne ragione per quelle strade che le semplici leggi della natura impongono; ma la mia giusta volontà s'infranse sempre contro la resistenza di lei. Non ch'ella ripugnasse da me e volesse disciogliersi dall'abbraccio, chè anzi mi restava avvinta come una piccola serpe e mi rendeva i baci che le davo; ma travolta da una esasperata volontà di rasentare il piacere senza concedersi tutta, mi eccitava con parole scomposte, presa dalla febbre della sua follia; più bella che mai e più che mai nemica.