E, nella lotta che ne seguì, ci accolse il rosso tappeto.

Io la sentivo e la vedevo, ormai quasi ignuda, talmente bella nel suo primo fiore, da darmi le vertigini, eppure mi accorgevo di pensare, meravigliando, alla scombuiata mente di quell'adolescenza così presto travolta da un vento di follia, dalla precoce voluttà del vizio.

Io che non conoscevo allora se non le ancestrali strade, battute già da cento e cento generazioni che sapevano l'amore dagli occhi limpidi e dalla schietta volontà procreatrice.

Però, preso dal turbine nuovo, non potevo nè volevo ritrarmene e l'angoscia mia tanto era maggiore, quanto meno mi pensavo dovesse avere un siffatto termine.

Ella si esasperava ognor più eccitandomi ed eccitandosi, e la sua faccia era contratta, pareva, a volte, dolorante come quella di una Maddalena.

Così continuò non so quanto, nè le mie forze cedevano, nè mi sarei dato per vinto s'ella, a un tratto, non avesse avuta una contrazione convulsa e non avesse rotta l'angoscia in un breve ed aspro riso arrovesciandosi come morta e restando così sul pavimento, le braccia larghe, i capelli disciolti, senza più sangue la faccia e le minuscole mani contratte.

Me le inginocchiai vicino; la chiamai impaurito, senza capire che accadesse, incolpandomi di averla ridotta in tale stato.

— Giacometta?... Giacometta mia?...

Non rispose, ma, nascosta d'improvviso la faccia contro un braccio ripiegato, mi accorsi che piangeva. Che non le dissi allora? Quali parole non trovai nella mia disperazione per calmarla, per dimostrarle tutta la mia brutalità e la mia colpa; per farmi perdonare?...

Io ero convinto di averle fatto un gran male, non sapevo scusare la mia bestiale condotta; ma ero ben lontano dall'aver compresa, anche quella volta, la mia singolare compagna.