E tutto ti era argomento di riso, mentre Giacometta ti guardava, assorta in chissà quali improvvise lontananze.

Tu sola parlavi. Giacometta si era allontanata col rombo delle campane celesti. Era restata, sul volto di lei, l'ombra di un riso, ma ella non era più con noi. Era lontana, attraverso il regno delle sue pause.

Tu, Arlecchina, mi facesti cenno di non occuparmene, la conoscevi meglio di me la nipote di quella tartara che aveva fatto già, della vita del povero Felice, un tappeto per le sue danze.

E quella volta seguii il tuo consiglio e me ne trovai bene perchè Giacometta, vistasi sola, e accortasi che non avrebbe avuto, sulle sue orme, l'amore di un disperato giovane da tormentare, se ne ritornò fra noi non senza però serbare un'ombra nella schietta fronte serena.

E ci levammo. Quante cose c'erano ancora da vedere fra il Candiano e i Fiumi uniti? Il pomeriggio volò via. Da un vecchio giardino prendemmo tante rose da empirne l'automobile; dalla tomba di Teodorico un grande tralcio di glicinie.

— Ma in questo paese non ci sono che tombe? Venivano tutti qua a morire i re e gli imperatori?

Questo chiedesti tu, Arlecchina, e Giacometta con te decise di non voler vedere più niente.

— Lasciamo stare i monumenti — disse Arlecchina. — Che cos'è il Candiano?

— È il canale degli Esarchi. Congiunge Ravenna al mare.

— Andiamo a vederlo. La storia non m'interessa più. M'interessa la vita.