Dove sei, mia favolosa provincia così annoiante e cara?

Tutte le case, nella parte inferiore dei loro muri, erano specchi di cultura. Ivi culminavano le parole fondamentali del sesso precedute ordinariamente da un lieto Evviva! e frammischiate alla apoteosi della repubblica, del socialismo, della anarchia e dei loro rappresentanti. Tanto il popolo non fa distinzioni sottili e pone sullo stesso piano le cose che predilige. Ivi, rozzi disegnatori, si esercitavano a rappresentare al pubblico disattento, quelle parti del corpo umano che una persona distinta non potrà mostrare se non privatamente e in certe occasioni. Ivi, infine, il popolo urlava le sole parole oscene e minacciose in faccia a chi voleva sentire. Ma non sentiva nessuno e nessuno vedeva, neppure le candidissime giovinette che passavano a fianco alla mamma loro, modestamente vestite come pappagalli e non sapevano niente di niente; proprio niente al mondo, all'infuori del loro conchiuso pudore.

Oh, mie città di provincia! oh, Passionario delle Maddalene!...

E di questo si parlava, raccolti intorno al piccolo tavolo che ci faceva tutti quanti vicini. Ma ci si stava tanto bene!

Giacometta? Arlecchina?... la ricordate quella nostra ora di piena letizia, nel cuore della morta Ravenna, fra le ossa di Dante Alighieri e le mura del palagio dei Polentani?... La ricordate? Dove siete voi ora, Giacometta ed Arlecchina, rosse ed asprigne ciliege del mio maggio fanciullo?...

Ci sarà sempre l'albergo Byron, con la sua grande sala da pranzo che si apriva sopra un bel cortile fiancheggiato da un portico? Ci sarà sempre a ricordare gli amori di un nomade poeta per una bella ravennate infedele?...

Giacometta, Arlecchina quant'anima era in quel giorno nostro!... Lo ricordate?... E gli scarsi ospiti, nella grande sala da pranzo, si rivolgevano a guardarci perchè eravamo noi solamente vivi, veramente vivi là dentro, in quel meriggio della fine di aprile. Poi la nostra gaiezza prese la scarna brigata.

Poi suonarono tutte le campane della bassa città delle Valli, io non ricordo perchè, suonarono dalle vecchissime torri e dai campanili, a distesa, come a festeggiare il dolce aprile.

Tu ridesti Arlecchina (già lo champagne aveva accelerato il ritmo delle nostre vene!) ridesti per quella festa di suoni nell'aria accesa, nel fondo colore del cielo. Ma perchè?... Così, perchè la tua piena vita doveva erompere; perchè il tuo sangue era rosso come le rosse ciliege.

Peccare, peccare!... Tutta la tua faccia, tutta la tua persona erano lo specchio del giusto peccato, quel giorno! Lo dicevano i tuoi occhi accesi; le tue lunghe mani sottili quasi esangui; la tua bocca un po' larga e troppo rossa; i tuoi atteggiamenti improvvisi di abbandono. Ed io ti guardavo appena. Ma chi ti avesse presa, allora, bella dagli occhi obliqui! Chi ti avesse avvinghiata per farti soffrire come volevi!