Esse aveano i capelli disciolti e tenevano in mano sei rose... sei rose rosse per ciascuna. E il resto dell'abbigliamento era fatto per togliere il respiro anche a un giovane contegnoso, assennato e lagrimevole quale ero io in quel tempo.
Non indossavano esse che la loro compitissima camicia di tela battista, ultra-leggera; e tale industre cosa, intessuta per amoroso tormento, era stretta alla cintola da un nastro celeste così che veniva ad essere come la fugacissima veste di un respiro su tali meravigliose rivelazioni che i miei larghi occhi si allargarono ancor più, per tutto accogliere, essi almeno, che non davan sospetto.
Arlecchina mi annunziò che quella che stava per cominciare era la Danza delle sette rose. E non avevan, per ciascuna, se non sei rose. Ebbene... dov'era la settima?... Che significava il numero cabalistico?...
Ma andavo cercando la cabala là dove non era che un delicato simbolo... perchè appunto la settima rosa era quella più in fondo al giardino, la più timida fra le foglie; e appena in boccio...
La settima rosa che i saggi non seppero noverare fra le meraviglie del mondo; ma che fu santificata dai sacerdoti degli Incas, i quali la posero a capo della loro Bibbia come il Verbo; la prima parola sulla tenebra della terra.
Così la Danza delle sette rose doveva significare appunto il mistero della settima sorella, dietro il cancello serrato; del piccolo fiore del mondo per il quale cantano, combattono e muoiono le turbe affaticate, dal principio alla fine dei secoli...
Dietro l'invito delle danzatrici ricominciai, pianissimamente, la canzone interrotta.
Sui sepolcri delle imperatrici e dei re; sulle tombe dei poeti lucevan le stelle d'aprile, nella gran notte di primavera...
Le finestre erano aperte...
L'alito odoroso dei giardini passava col lume degli astri, nell'ombra di Ravenna, a chiamar, per amore, le sue belle figliuole dai letti senza sonno...