Non so quale storia raccontassero, i contadini, della famiglia Monaldi: mi pare dicessero che, l'ultimo dell'antico ceppo, fosse lontano, per le metropoli regali, dimentico della sua terra.

Ed anche favoleggiavano di qualcuna che era morta di malinconia e di nostalgia nella grande casa dei campi...

E da quel tempo la Monaldina non si era riaperta mai più.

Sulla strada, due grandi pilastri rossigni, mezzo ricoperti dall'edera, reggevano un rugginoso cancello in ferro battuto, che portava a sommo, l'insegna gentilizia dei Monaldi. Due cancelletti minori si aprivano ai lati. Ma i battenti non si aprivano più per lasciar passare qualcuno.

Vi passavan le ombre e solamente quelle. Questo era il cuore e questa la poesia della Monaldina.

E Giacometta vi si volle fermare.

Ella viveva così, di volontà inattese.

Avrebbe voluto veder tutto, rovistar tutto, fare aprire porte e finestre, posseder l'anima del luogo, vivere dell'incantesimo triste della vecchia villa ravennate.

Ma i contadini non poterono far niente; essi non avevano le chiavi; forse le aveva il fattore.

— Non importa — disse Giacometta. — Ritornerò!