Ma Giacometta era come sempre ed Arlecchina, come potei osservare, non portava con sè i ricordi prossimi o remoti; e questo, per non avere un inutile bagaglio sulla sua strada di bella vincitrice.

A me solo balenava, di tanto in tanto, la folle idea di aver tradito il mio amore.

Uscimmo da Porta Assisi e ci lanciammo per la bianca strada che costeggia il fiume Ronco.

Solo, per un improvviso capriccio di Giacometta, ci fermammo a una vecchia villa disabitata: La Monaldina.

Poco dopo Ghibullo, là dove il fiume piega per due gomiti, e la strada con lui, sorge la grande casa dei campi.

Forse un Monaldi, forse un'altra famiglia che non so, la volle nella riposata pace di quel luogo.

Allora aveva l'aspetto delle vecchie cose che non servono più a nessuno.

Era sempre chiusa in fondo a un giardino, nel quale i viali si cancellavano di anno in anno, fra le ortiche e gli sterpi.

Aveva un'aria semplice e severa; una linea architettonica che ricordava il barocco ingentilito delle ville veneziane, fra Brenta e Piave.

Vi si accedeva per una grande scala esterna, a due rami. Alla sua sinistra, e un poco più verso la strada, sorgeva una chiesuola col suo campanile e una piccola campana che non aveva più albe da poter cantare.