Ci avviammo a piedi attendendo che la macchina fosse riparata.
Le parole di Principina avevano innalzata, nel mio povero cuore, la torre della gelosia e, dentro, c'era l'anima che piangeva.
E soffrivo. Arlecchina mi disse:
— Franzi, oggi siete simpatico come un quaresimale!
Giacometta, indispettita dal mio contegno, soggiunse:
— Lascialo stare. È meglio non occuparsene.
Tale indifferenza accrebbe il mio dispetto.
Avvenne così che il mio ostinato mutismo e la mia faccia oscurata distraessero compiutamente da me l'attenzione di Giacometta e di Arlecchina le quali, presesi sotto braccio, se ne andarono innanzi parlando fra loro e mi abbandonarono alle mie inesplicabili paturnie.
Io camminavo sullo scrimolo di un fosso e venivo guardando le campagne dell'imolese; ma non mi interessavano; anzi, in quel punto, mi erano odiose come tutte le cose del mondo.
Giacometta ed Arlecchina ridevano allegramente, un poco più innanzi.