Il carrettiere era un uomo robustissimo e doveva certo aver vuotato varî boccali. Lungo la via Emilia sono distribuite numerose osterie per la inestinguibile sete dei carrettieri.

Michelaccio (il nome lo ricordo perchè lo seppi dopo), quel giorno si era proposto di essere allegro come a quindici anni e per esser tale, si era raccomandato al buon vino dei colli bolognesi. Ma detto vino, più che allegria, gli aveva dato una immensa coscienza di sè stesso, tanto che Michelaccio viaggiava, quel giorno, sul suo carro, come l'apostolo e l'imperatore della proletaria grandezza.

Fatto sta che il degno uomo, udite le parole nostre (le quali non erano ingiustificate!) discese dal carro e brandendo alta una sua nodosa frusta che si chiama, in Romagna, parpignano, si diresse correndo verso di noi con la ferma intenzione di sottoporci al massaggio sofferto dalle sue bestie da soma.

Luca ed io, discesi dall'automobile, fummo pronti a scansare, in un primo tempo, la furia di Michelaccio, il quale continuava per altro ad avventarcisi addosso con ferma costanza.

La buffa schermaglia non poteva continuare. Già si era venuto formando un crocchio che assisteva alla scena ridendo.

Non era ammissibile che l'uno dovesse continuare ne' suoi assalti e gli altri dovessero difendersi senza reagire.

Luca pensò di finirla.

Scelto il momento opportuno, si cacciò sotto, riuscì ad abbrancare Michelaccio, lo strinse forte e ruzzolarono per le terre.

E Luca stava buscandole. Michelaccio se l'era messo sotto e con i suoi grandissimi pugni veniva esercitandosi in guisa da cambiare i connotati al mio povero compagno.

Il suo coraggio non lo salvava.