Ora Giacometta procedeva per impulsi e predilezioni imprecise senza badar troppo a quel che faceva.

Così quella volta non pensò nè punto nè poco che una buona e candida Suora di Carità era nella mia stanza; o, se anche vi pensò, non vi fece caso, tanto che di un salto fu al mio letto, mi abbracciò e incominciò a parlare a parlare.

Mi accorgevo che Suor Costanza non fiutava più tabacco e veniva facendosi certi segni di croce che erano sempre più larghi; ma non volevo dire a Giacometta di contenersi.

— Peccheremo, Suor Costanza — dissi fra me — ma è così giusto peccare!...

Giacometta mi parlò di Beppe Mandusio; me ne parlò con entusiasmo. Un bello, un simpatico giovine.

— Tu sapessi le partite a tennis che abbiamo fatte in questi giorni!

Io intanto avevo vissuto fra Suor Costanza e la tenebra.

Poi mi parlò di tutti quanti erano nella grande villa bolognese e, più vagamente, di un giovane maestro di musica, un certo Rorò che era noto, al secolo, col più umano nome di Doro Somigli.

Erano quasi sempre una trentina, vegliavano, la notte, fino ad ora tarda. Spesso spesso dai suoni e dai canti trascorrevano alle danze.