— Vedrai come ti divertirai! Oggi il marchese Alberti vorrebbe conoscerti. Vuoi vederlo?
Il marchese Alberti era l'ospite mio; colui che mi aveva accolto nella famosa notte del mio disastro.
Come non volerlo vedere se gli dovevo tanta riconoscenza? Mi dichiarai disposto ad accoglierlo anche subito. Giacometta mi consigliò di riceverlo nel pomeriggio.
Poi seppi come si erano svolte le cose, la sera della quasi tragedia.
Giacometta ed Arlecchina, visto ch'io ero ormai, e inesplicabilmente, intrattabile; non essendo disposte a combattere con i miei ingiustificati nervi, nè volendo, d'altra parte, immalinconirsi con la mia malinconia, si erano allontanate da me col proposito di farsi raggiungere dall'auto.
Avevano così camminato lungo la strada provinciale per qualche chilometro e si erano fermate ad attenderci alla spalletta di un ponte quando un'altra automobile le aveva raggiunte, quella del marchese Otomaro Alberti.
Com'era naturale e cavalleresco, il marchese Otomaro, che guidava la macchina, frenò di forza e, saputo dell'inconveniente toccato alle giovani leggiadre, le invitò a salire.
Esse, per un poco rifiutarono cortesemente; ma cedettero poi alle insistenze del marchese il quale disse loro, ad un dipresso, le cose che seguono:
— Io vado alla Stellata (era il nome della sua villa). Lasceremo un servo sul cancello perchè, al passaggio della loro automobile, avverta il meccanico ed il loro amico e li faccia entrare.
La soluzione era semplice.