Giacometta ed Arlecchina salirono sulla macchina del nobile Otomaro.

Poi le ore eran passate; era sopraggiunta la notte.

L'apprensione si era convertita in pena; la pena in paura.

Certo che una cosa sinistra doveva avere interrotto il nostro viaggio.

E rieccole in macchina, alla disperata ricerca.

Ci avevano poi trovato in camera di sicurezza e sul punto di esalare lo spirito nostro armonioso.

Anche Arlecchina arrivò a salutarmi, poi che Giacometta fu uscita; mi accarezzò sussurrandomi qualche vaga parola.

Essendosi ella posta sopra una nuova strada, voleva assicurarsi la mia discrezione circa la perduta notte ravennate, quando lo spirito dei poeti e delle imperatrici l'avevano sospinta a varcar la soglia della mia stanza per compire, nel brivido della settima, la danza delle sei rose.

Poi anche Arlecchina mi lasciò e, nel pomeriggio, ecco Otomaro Alberti in persona.

In verità il marchese Otomaro, di giapponese non aveva quasi niente se se ne tolgano i capelli lisci, neri e setolosi. Il resto del viso e del corpo era di perfetto tipo caucasico.