Ormai Principina, la piccola dagli occhi miti, era il solo legame che esistesse fra il mio sogno recente e remoto. Ed io volevo vederla, non tanto per lei, povera piccina, quanto per il rapporto che trovavo in lei, col mio amoroso passato.

Era ancora Giacometta ch'io cercavo attraverso Principina.

L'amarezza del distacco mi riusciva sempre più intollerabile e l'essere io ritornato ai luoghi del mio amore, e nel silenzio che acuisce la pena, centuplicava la mia desolazione.

Avevo bisogno di restar solo, di non parlare, di non udir parlare. Non amavo che la mia solitudine, non potevo reggere che nella mia solitudine.

Trascorsi così il primo giorno, chiuso in camera, concedendo appena alla signora Adalgisa, pochi minuti per i due pasti indispensabili.

Fu un giorno di sconsolata tristezza.

Avevo la ferma convinzione che Giacometta fosse ormai morta per me, perchè il mio orgoglio non mi avrebbe consentito di muovere un passo per riconquistarla. D'altra parte tutti gli aspetti migliori del passato mi ritornavano dinanzi alla mente con tale rilievo e tale forza d'incantesimo da moltiplicare l'affanno mio.

Ma l'orgoglio mi difendeva. Ero sempre più risoluto a non muovere un passo e a non dire parola.

Ormai si era distesa, fra me e lei, l'infinita lontananza.

Fu sulla sera di quel giorno combattuto che pensai di andare da Principina. Sarei passato dalla porticina dell'orto, che si apriva sulle mura; e ciò per non incontrare i Maldi e per non farmi vedere nel Borgo dei Cotogni.