Quella sera pertanto, dopo il tumultuoso pomeriggio, pieno l'animo delle più dolci e più amare sensazioni, non appena ebbi varcato l'uscio della mia su non lodata casa, ecco che vidi venirmi incontro, tutta arruffata e torva, la mia formidabile zia, signora Adalgisa.
Io, giovane taciturno e remissivo per consuetudine, di fronte alla vampata affocante che si chiamava signora Adalgisa, quella sera, o fosse per la troppo lunga ed intensa emozione patita, o che so io per quale altro disequilibrio psicologico, non attesi che l'impeto, il quale già si apprestava a travolgermi, mi investisse e con voce aspra affrontai il mio consanguineo tormento e dissi:
— Non importa mi secchiate, zia Adalgisa! Vi avverto che oggi non ne ho voglia e non ho punta pazienza!
La cosa inusitata fece spalancare alla mia belva domestica due enormi e sbalorditi occhi; e la bocca, già aperta al torrente degli improperi, non trovò parole per esser riempita, ma appena si mosse per mormorare:
— Diventi matto?
Approfittai dell'indecisione di lei per aggiungere:
— Sono stanco. Lasciatemi tranquillo, altrimenti può succedere qualche brutto guaio.
E infilato il corridoio, passai sotto i lumi esterrefatti della zia, per chiudermi a doppia mandata nella mia soffitta. Ivi giunto non pensai nè ad accender la candela di sego che mi passava il convento, nè a chiuder la finestra: mi gettai sul letto affondando subito in un addolorato smarrimento. Ma la mia quiete fu di brevi istanti, chè, dopo qualche secondo, eccoti picchiare all'uscio e una voce imperiosa comandare:
— Aprite!
Non risposi.