Giacometta mi si era seduta accanto; e voi signora Zeffira, sedevate discretamente all'altro lato della tavola, ben lontana.
E, con saggia disposizione, pensavate a mangiare senza occuparvi di noi, il che era ben fatto.
La contadina ci serviva eccitando il nostro appetito co' suoi consigli.
Giacometta era gaia. Rideva e si illuminava. Aveva forse decisa la mia e la sua felicità per sempre?...
Ahi, per sempre, Giacometta!
E qual valore ha questa parola nel rapido e mutevole mondo, quando «per sempre!» lo si dica all'amore?...
Tu eri la nuvola bianca sul giardino della primavera. Un bagliore che si dissolve.
Ma quella notte ridevi e brillava la chiostra de' tuoi piccoli denti serrati, nel sorriso, fra le labbra rosse; e mangiavi di buon animo, e ti illuminavi.
Io ti ero vicino, e il tuo riso era il mio riso perchè mi avevi fatto dimenticare il mondo, tu, ardore del mio tempo soave.
Avevo tante cose da dirti che mi si accendevano nella mente! Un brio indiavolato mi discendeva per le vene, per la felicità di averti accanto. Tu eri ritornata e mi volevi bene. Questo era almeno certo per quella notte. Io non pensavo più in là e tu mi avevi abituato a questo. Volevo ridere, volevo averti! E tu eri della stessa opinione. Questo, fanciulle mie, è sommamente bello in amore. In amore bisogna essere, almeno qualche volta, della stessa opinione, altrimenti le fontanelle si seccano e si può morire dalla sete.