Furon ben chiuse le porte; ma non quella del giardino. Rimanemmo soli.

Sulla tavola c'erano ancora le prime ciliege di maggio; rosse come i tuoi baci, Giacometta. Continuammo a mangiarne e bevemmo ancora del vino, rosso come i rubini incastonati nei diademi delle Basilisse. Finimmo per abbracciarci.

Allora accadde che d'improvviso, le nostre bocche fossero l'una su l'altra, in un bacio diabolico.

Ci colse l'affanno. A cadere si fa prestissimo; basta un secondo, è l'amore che turbina! Ma non volemmo cadere.

La lampada ardeva, soave, sulla tovaglia bianca, e, intorno a lei, era una distesa di falene morte, di moscerini morti, di insetti di ogni colore.

— Se andassimo a fare un giro in giardino?

— Come vuoi.

— Che ore sono?

— Le dieci.

— Non è tardi. Andiamo.