Passammo nel silenzio della notte e delle stelle infinite. Per le strade, pei campi non c'era più nessuno. Le case dei contadini erano buie.
Avvinghiati l'uno all'altra, girovagammo senza parlare. Solo, tale e tanta era la nostra gioia di sentirci uniti, di avvertire l'assoluta presenza dell'amore, che, a quando a quando, ci trovavamo a bocca a bocca con lo stesso desiderio. Era l'assoluta felicità del possesso e della dedizione.
Le mie mani non avevano più ritegno; ma decade il ritegno quando la gioia è comune; quando non è sola la brutalità del maschio, che voglia, ma è la compiutezza di due creature.
Le accarezzai la faccia, la gola, i fianchi lunati di bella giovinetta esile e forte.
Ella lasciava fare, smorendo. Le forze le venivano meno. Sarebbe caduta sull'erba se non l'avessi sorretta. Solo mormorava sospirando:
— Franzi... Franzi, non mi far soffrire!...
E ancora, in uno spasimo:
— Sì, fammi soffrire!... Fammi soffrire!...
Poi arrivò l'ora di salire alle nostre stanze. Ci soffermammo a chiudere la porta, le finestre della sala.
Presi, dalla tavola, la lampada d'argento.