— La portiamo con noi?

— Sì, portiamola con noi!

Salimmo le scale lentamente, abbracciati. Nei grandi occhi celesti di Giacometta, era tale desiderosa dolcezza, che mi faceva tremare i polsi.

Entrammo nella stanza di lei che era vasta ed antica. Un grande letto nuziale, a baldacchino, coperto di broccati, le quattro colonne a stucchi e a oro, e le spalliere, occupava gran parte di una parete e si spingeva fin quasi al mezzo della stanza. Era il monumento del sonno e delle giuste nozze. Chissà quanti sposi vi si eran voltate le spalle! Gli antichi erano preveggenti e pensavano che, per dormire insieme tutta la vita, occorre molto spazio. Il matrimonio, ammesso che corregga il costume, allarga il letto del sonno. Non sarebbe molto meglio dormire in due stanze vicine, umilmente e santamente, quando tutte le fontanelle sono seccate?... Quando l'amore è già morto da tanto tempo, dalla sete?...

V'era adunque in quella stanza un tal letto che Giacometta ne fu sorpresa.

— Dio mio!... Non l'avevo veduto ancora!... Ma questo non è un letto, è un edifizio! Come doveva essere brutto il matrimonio di una volta!

— Ma... press'a poco...

— Non è vero! L'ambiente crea la grazia e la disposizione alla grazia.

— Già! Ma allora spengevano il lume e, al buio, l'ambiente è sempre lo stesso!

— Ma non la disposizione.