«Ho sempre compianto le mie pari che hanno tanto parentame attorno. E tutto il parentame si preoccupa della loro felicità. Per queste povere giovinette non è possibile neppure il principio di un sogno. Debbono soffocare tutto. Un giorno o l'altro saranno gettate in un letto matrimoniale e dovranno darsi ad un bennato maschio che le coltivi come un vaso di prezzemolo. È forse più bello l'ipocrito adulterio anzichè la mia sincera libertà... Tu mi piacevi. Ti ho dato me stessa. Ora me ne vado perchè voglio che sia così.
«Io sono nessuno, ma mi pare di avere il cuore di una rondine. Sono nata per cercarmi una gronda, forse; ma anche per emigrare. Ora debbo andarmene. So che mi ricorderai, ma non ti prego. La tua vita sarà un po' come la mia. Addio, Franzi.»
Non seppi e non volli replicare nonostante l'amarezza che mi proveniva dal suo divisamento. Era inutile pregarla; non la pregai.
Una vettura l'attendeva.
Passeggiammo ancora un poco senza parlare. Un addio è sempre lacerante.
E tutte le buone ragioni non valgono quando il cuore soffre.
Ma così doveva essere. Provammo il nostro coraggio a quella separazione improvvisa, e, apparentemente, non necessaria.
— Domani sarebbe troppo tardi!...
Ed è sempre troppo tardi, quando non si ha il cuore pronto alle decisioni risolute; quando non si sa affrontare il dolore. È troppo tardi per vivere e per morire. Un cuore si impantana.
Ma io ero un pastore di stelle.