Nei giorni che seguirono la faccenda fu diversa, per quanto fra tennis e pianoforte riuscissi a destreggiarmi abbastanza abilmente fra le meteoriche burrasche della mia nebulosa. Però Giacometta era sempre una creatura di mistero e nessuno avrebbe potuto mai con certezza dire che cosa avrebbe fatto, o pensato, o deciso, o amato da un'ora all'altra. Ella usciva dal comune; aveva un suo sistema metrico decimale o non ne aveva affatto, ciò che le capitava più spesso. Passava dal termine dell'abbandono al più risoluto disprezzo; dimenticava ciò che aveva calorosamente affermato un'ora prima; poteva concedervi la più grande gioia e ritogliervela dopo dieci secondi. Era più mutabile del mare del quale portava il colore ne' suoi grandi occhi fondi. Una volta si era ordinata quattro vesti di cui mi aveva decantata la grazia e l'eleganza; orbene, quando le arrivarono, capitò questo: una fu regalata alla cameriera; un'altra andò a finire sotto il letto e le ultime due ebbero una sorte peggiore: volarono con la scatola e tutto fuori dalla finestra. Questa era Giacometta.

XI

Tu sola, Principina, eri veramente la primavera!

Ora avvenne ch'io portassi, un giorno, un garofano rosso all'occhiello e che la mia formidabile zia uscisse per le strade della Città dai tre campanili, tutta vestita color zafferano. Nè io sapevo che si rimuginasse la mia congiunta nella sua ampia testa dai grandi boccoli neri attorcigliati come trucioli, nè ella sapeva che mi pensassi di far io della mia vita in quel giorno di sole.

Era una giornata calda e di languore come ne porta l'aprile nel suo grembo. A quando a quando passavano delle nuvole bianche e altissime; piccole nubi indolenti, abbandonate a un vento inavvertibile. I tre campanili della mia città le salutavano a gara, tutti immersi, talvolta, nel loro chiarore d'argento.

Non avevo preso il pastrano ed indossavo il mio nuovo vestito da poca spesa.

Mi avviai lungo il Borgo dei Cotogni. Erano le tre del pomeriggio. Non c'era nessuno. La gente dormiva. April dolce dormire! C'erano le nuvole bianche e amorosamente pigre nel cielo profondo; c'erano i tre campanili immersi nella gran luce come tre fantastici coni di tre maghi in ascolto sul mistero del mondo. La mia piccola città non grugniva più; dormiva sotto le bianche nuvole dell'aprile. Epperò io mi sentivo preso da un languore voluttuoso, da un sordo spasimo, da un'ansia inespressa, sentivo battere alle tempie e ai polsi la mia giovane forza d'amore.

Da dietro le basse case arrivava l'anima dei giardini. Erano i lillà, le madreselve, i gelsomini, le acacie che riempivan l'aria tepida del loro vivo sentore, di un amoroso ed ebbro profumo solare. Per le strade non c'era nessuno. La gente dormiva od amava dietro le griglie socchiuse, per le stanze immerse nella penombra. Erano in me un nuovo senso pànico ed una nuova levità. Io mi sentivo immerso e preso nel piacere del mondo perchè era il mese d'amore, e la prima gioia e il primo spasimo della fecondazione riempivan le ore dei giorni commossi.

Mi fermai alla bianca casa di Giacometta sul lembo di un giardino. Sarei entrato? Come mi avrebbe accolto Giacometta? Premetti il bottone del campanello; venne ad aprirmi Principina. Domandai:

— C'è?