Fu nel pomeriggio, dopo una lauta colazione. Eravamo nel giardino incantato, dietro una gran macchia di roveri. Il giorno di aprile aveva una limpida soavità come gli occhi di Giacometta e c'era per l'aria un non so quale pàlpito che gonfiava il cuore.

Non si parlava. Giacometta si abbandonava sul mio braccio con maggior languore. Poi, quasi per un contemporaneo avvertimento, ci volgemmo a guardarci. Il brivido che era in me era in lei; ciò ch'io sentivo ella sentiva; la mia inespressa volontà era la sua volontà inespressa. Io vidi ne' suoi grandi occhi celesti, un lontano sorriso morire in fondo alle pupille in un'ombra amorosa, vidi ch'ella non era più vigile, ma tutta nel suo abbandono; ch'ella cercava di non saper più niente, di non udir più niente ma solo di lasciarsi portar via, in quell'ora dolcissima, dal pàlpito dell'aprile che gonfiava il cuore.

Nè io ragionai più ch'ella non ragionasse quando le passai un braccio attorno alla vita, quando la trassi a me, la strinsi, la serrai a me con improvvisa violenza, la mia bocca sulla sua bocca. Allora fui ebbro del profumo e del fiore di quella divina giovinezza che si piegava fra le mie braccia come affranta e prostrata; fui ebbro e la vidi inarcarsi, abbandonar il capo all'indietro come per offrir meglio il rosso desiderio della sua bocca alla furia dei baci; vidi il suo pallido volto contrarsi un poco e illuminarsi nel sorriso della profonda angoscia; la vidi, dalle radici dei capelli all'ombra del piccolo seno, vibrar tutta, di uno spasimo nuovo; più affilato il volto come se in realtà il piacere lo coprisse di un'improvvisa ombra di morte.

— Bella bella bella!...

Non seppi dir altro, nel tremito di ogni mia vena. Ella chiuse i grandi occhi e allora, alla sommità del suo viso, non fu se non l'oscura ombra delle ciglia. Poi di un subito, le sue braccia dapprima inerti, mi allacciarono il collo ed ella aderì tutta quanta a me, dalle ginocchia al seno, tutta quanta mia, tutta nel mio desiderio, accesa del mio ardore, soggetta alla mia volontà e la sua bocca, dischiusa sulla bianchissima chiostra dei denti serrati, mormorò una parola sola, il segno della sua perduta volontà di non esser più che una sofferenza e un piacere nell'impeto del mio amore, nella violenza della mia forza maschia.

Ci trovammo seduti sull'erba.

E già ogni mia timidezza era un solo remotissimo ricordo allorchè udimmo levarsi dal discreto silenzio, una squillante risata.

Rotto l'incantesimo, mi trovai di fronte al tremendo compito di assumere in un battibaleno il più indifferente aspetto che potesse avere un garbato giovine giunto nuovo in quel luogo e ignaro di quanto si era fino a quell'ora passato.

Io conoscevo ormai l'anima di Giacometta. Ella infatti volse il viso da un'altra parte, si ricompose i capelli, si riassettò e, sorta in piedi, riprese il cammino, affatto dimentica della mia presenza.

Comunque fosse, il resto della giornata non ebbe a risentire di troppo violente variazioni.