Mi domandò senza guardarmi:
— Perchè sei venuto così tardi?
— Non sapevo di trovarti in casa.
— Sono tre ore che ti aspetto.
Strinsi forte, fra le mie, la sua piccola mano nata per le carezze; una mano bianca, dagli unghielli rosati, leggera come la rondine. E la piccola mano di lei si avvinghiò alla mia, dito con dito, amorosa e calda. Fu già, in questo, un principio di possesso, perchè le mani mandano al cuore il primo tonfo, quando si intendon fra loro; ed aprono il varco improvviso ai giardini senza cancelli nei quali l'amore si esilia per vivere più oltre e, spesso spesso, per morire.
Come era prevedibile, l'ultima distanza che ci separava fu superata senza ch'io mi accorgessi come la cosa fosse avvenuta. Io combattevo, in ardore, col mio garofano rosso, ma tutte quante le mie parole naufragavan nell'ombra. E ciò mi faceva pena. Perchè nessuna porta si dischiude, anche lentissimamente, senza una paroletta sorrisa, senza il barlume di un sogno.
Passavano adunque le nuvole quando anch'io passai un braccio attorno alla vita di Giacometta. Questo non potrà farvi dispiacere, credo. E la strinsi a me con tanta forza ch'ella ne ebbe il respiro mozzo; ma non disse niente. Fui io che le dissi a un tratto:
— Giacometta, io sento qui dentro — e mi portai una mano al cuore — sento qualcosa che mi fa morire!...
Ella sorrise con un ranuncolo giallo.
— Non mi credi?...