— Da questo punto — continuò Giacometta — il diario di nonna Tatiana non è più particolareggiato ma prosegue per sommi capi, accennando a qualche fatto incomprensibile. Vi è una pagina, che reca la data del 2 giugno 1820, la quale dice: — Ho passato una notte in grandissima pena. Felice non è ritornato che verso l'alba. Quando mi è comparso innanzi era stravolto e aveva le mani e la faccia insanguinate. — Poi, al 5 giugno, scriveva: — Ha vinto! È mio! Tutto ciò che ha compiuto resterà nel mistero. Nessuna legge potrà colpirlo. Poi il mio amore è grande e lo difende. — Questa è l'ultima giornata del diario di nonna Tatiana.

— E... sposarono? — domandai.

— Sì, sposarono. Ebbero tre figli; ma dopo cinque anni di vita comune, nonna Tatiana scomparve e nessuno ne seppe più niente.

«Si eclissò il giorno in cui credette di non essere più amata come voleva. Questa la storia che ti volevo raccontare: un po' perchè ti fosse nota la vita di questa stramba Giacometta che tu giudicherai chissà come; un po' perchè tu sapessi la ragione di ciò che pretendo da te per amarti compiutamente. Un giorno, la prima volta che ci parlammo, mi pare, ti dissi che in questo stesso luogo io avrei intessuta una ghirlandella di gelsomini. Ora vedremo che mi dirà il destino; ma sono certa della risposta perchè ti voglio bene. Ti voglio bene e non ti sposerò appunto per questo.

— È giusto. Ma... come mai ti son potuto piacere? Proprio io che sono un povero giovine senza alcun valore?...

— Perchè non mi hai chiesto niente e non mi avresti mai chiesto niente. Non è forse vero?

— Oh, questo è verissimo!

— Appunto! La scelta è stata mia e non tua. D'altra parte sentivo che tu non eri come gli altri.

Dopo aver tanto parlato, Giacometta rimase per un poco assorta, il volto nascosto fra le piccole mani. Poi si riscosse e si levò.

Volgeva l'ora più soave del giorno, quando il sole si affaccia un po' più lontano e cammina sulle grandi strade dietro l'ombre che lo fuggono.