E lo zio Antonio, dopo aver frugato per qualche tempo nelle ampissime tasche della sua cacciatora, ne tolse un vuoto guscio di chiocciola che si pose fra l'indice e il pollice della mano destra. Assestato che l'ebbe con l'apertura in alto, incominciò a soffiarvi dentro gonfiando le gote e ne trasse un lugubre suono che assomigliava mirabilmente alla infernale risata delle civette e al loro stridulo grido. Tale ingratissima musica che urtava me e Giacometta, garbava, all'opposto, in siffatto modo agli antichi zii, che non pensarono di smetterla tanto presto; anzi, passandosi vicendevolmente il vuoto guscio di chiocciola, e vicendevolmente soffiandovi dentro, cercavano nuove modulazioni e nuovi stridori per raggiungere quella perfezione la quale avrebbe permesso loro di trarre in inganno, fino alla loro pania, i notturni volatili che destano il terrore dei fanciulli e delle donne. E ad ogni nuovo tentativo erano approvazioni o disapprovazioni.
Frattanto Giacometta mi guardava con dolcissimi occhi. Io sentivo di essere prossimo al mio celeste meridiano.
Poi da una delle due grandi porte, si avanzò un cameriere che annunziò:
— Una signora è in sala che desidera parlare con loro.
Tomaso e Antonio si levarono sul torso e si fecero bui per manifesta contrarietà.
— Una signora? E che vuole da noi a quest'ora?
— Non ha detto che cosa voglia.
— E non sapete chi sia?
— Dice che il signorino — e indicò il sottoscritto — è suo nipote.
Allora tutti gli occhi mi furono addosso ed io sentii d'improvviso un gelo di morte passarmi per le vene.