Ella, in realtà, ritornava di continuo da dove era venuta e cioè nell'ombra, nel mistero dell'indagabile. Ella si perdeva come era apparsa e senza saperlo. Ah, Girometta, mio soave mistero stellare, io allora ti consacravo la mia pena e il mio tormentato pensiero con tale profonda e spontanea dedizione che facesti male a non accorgertene.

Facesti male perchè questa era una ricchezza vera e, se tu ben guardi, al mondo, per chi non viva solo per il ventre, non ve ne sono altre.

Ripresi la strada verso la luce che si annunziava dalle lontananze del cielo. E camminai, camminai benchè incominciassi a sentirmi stanco.

Un senso di pesantezza mi gravava sugli occhi. Uscii per la campagna. Sedetti sulla proda di un fosso, vicino a un mucchio di ghiaia. Incominciarono a cinguettare i passeri. Da una pieve si udì una campana che suonava l'alba.

Quale era ormai il mio giardino nel mondo?

Mi abbandonai col dorso sul mucchio di ghiaia che non mi parve duro.

Ah Girometta!... In fondo a quale strada eri tu allora?...

Dove andavi... tanto mai lontana... sotto l'alba, con lo squillo di una pieve?...

Dove... dove andavi tu... Girometta?...

E chiusi gli occhi sulla strada sterminata di Girometta...