— Forse ci siamo! — disse poi. E, a breve ripresa, rivolto a Marcôn:
— Tu verrai con me, scarafaggio. E bada, questo sia detto perchè la cosa non ti giunga nuova, se hai mentito ti appendo a una vite come una botta!
— Farete ciò che vi piacerà. Ciò che vi ho rivelato è verità.
— È lontano il Castello dei Lecci?
— Sessanta miglia vecchie. Quattro giorni di cammino. Con un buon cavallo possiamo arrivarci in un giorno e mezzo.
— Allora andiamo. Mi aspetterai alla stalla di Frigòr.
— Come volete.
Partirono. Il Cavalier Mostardo comunicò la buona novella ai banchettanti, poi raggiunse Marcôn e si misero in via verso l'antico castello sorgente fra le montagne selvose.
Alle scosse ritmiche e continue del barroccino, Marcôn si addormentò mentre il Cavalier Mostardo, gli occhi fissi a l'orizzonte, tracciava ne l'aria grandi segni quasi sviluppasse mentalmente un suo piano strategico. Poi scese la notte ed essi continuarono sotto la luna l'interminabile via.
Il Castello dei Lecci era, su l'alto Apennino, in luogo diruto ed aspro. A prima vista pareva inaccessibile, perduto lassù fra le sue rupi che scendevano a picco da grande altezza sul letto di un torrente sassoso e sconvolto; però, nascosta fra le anfrattuosità, era una viottola la quale, svolgendosi tortuosamente, guadagnava la cima di Monfùg. Il Castello dei Lecci apparteneva ai marchesi Barbigi ed era da lungo tempo disabitato. Ne era affidata la custodia alla vecchia Êrla che aveva incarico di aprirlo ai rarissimi visitatori; incarico ch'ella non poteva disimpegnare perchè le gambe non le permettevano di affrontar le numerose scale a chiocciola e gli sdrucciolevoli pavimenti dei sotterranei e che, con giovanil grazia, disimpegnava una figlia sua, la bella Giasmîn che Marcôn aveva curato già dal lento languore che la consumava, in quelle azzurre solitudini dove non si udiva se non il muggir delle mandre e le grida che mandano i venti, passando nel loro viaggio vertiginoso.