Erla e Giasmîn vivevano in una casetta grigia ed era con loro un anziano: Vuriòl, zio della giovanetta.

Un giorno, su l'aprirsi di aprile, era giunto lassù il marchesino Fedele Barbigi e aveva dato ordine si apprestassero nel castello alcune stanze perchè una coppia di giovani sposi avrebbe passato la primavera fra quelle montagne.

L'opera fu compita con gioia sì da Êrla come da Giasmîn, perchè se l'una sperò nel guadagno, l'altra fu presa da viva curiosità giovanile e le riempì l'animo il pensiero di poter osservare da vicino, in sorridente stupore, ciò che aveva pensato talvolta a traverso qualche leggenda antica.

Poi una chiara mattina, tanto chiara che il lontano mare tutto si rivelava a l'orizzonte, pieno di scintillìi come una immensa corazza di metallo brunito che ripercotesse il sole, il cane da guardia abbaiò con tale insistenza che Êrla e Giasmîn uscirono e si trovarono di fronte Europa e Didino.

— Sono loro gli sposi? — chiese sorridendo Erla.

I fuggitivi si guardarono negli occhi e Didino rispose:

— Sì.

— Allora si accomodino. Li aspettavamo. Ho preparato quattro stanze vicine alla torre di destra; vede? quella là. Sono le migliori e ci si troveranno bene.

Vedendo poi che gli sposi novelli non rispondevano, pensò che l'oscura mole del castello incutesse loro timore sicchè soggiunse:

— Oh! non ci sono gli spiriti, è vero Giasmîn? Non ci sono gli spiriti glielo assicuro. Io ho dormito sola, al tempo de la povera marchesa, (ero ancora ragazza e ne sono trascorsi degli anni!) ho dormito sola nella stanza dei quadri. Dicono, è vero, che nella notte si sente urlare e si vedono fantasmi su tutte le torri, ma non diano ascolto. Noi non abbiamo veduto niente, ed è un pezzo che si vive quassù.