Del resto — soggiunse — se hanno paura Vuriòl dormirà nel castello.

— Oh! non importa! — fece Didino punto sul vivo.

— Non importa! — sussurrò Europa.

— Allora, Giasmîn, va a prendere le chiavi ed accompagna i signori nelle loro camere.

Giasmîn ch'era rimasta tutta compresa di ammirazione e di gioia e s'era ferma a guardare senza batter ciglio, alla chiamata della madre si riscosse e andò e tornò in un battibaleno recando un gran mazzo di chiavi rugginose e dismisurate. Si fermò innanzi a Didino o, con un bel sorriso della bocca rossa e dei piccoli denti perlacei, chiese, piegando leggermente il capo ad invito:

— Vogliono venire?

— Eccoci — rispose Manso Liturgico, e si avviarono.

Dalla casupola di Êrla alla porta del castello, chiusa ora da enormi battenti che avevano sostituito le antiche saracinesche, correva una viottola mal selciata, fra due basse siepi di canne e lunga forse duecento metri, in salita. Innanzi a l'entrata del castello era una spianata alla quale faceva corona una duplice fila di cipressi e di abeti.

Giasmîn corse innanzi. Scalza com'era, pareva uno scoiattolo per quelle balze; si affrettò ad aprire la gran porta grigia, tempestata di borchie rugginose come l'armatura di un gigante.

Introdusse la chiave, fece forza piegando la persona, girò gli ordigni ch'ebbero stridori acuti, sostò guardando se gli sposini giungevano, poi appoggiando le braccia e il torso, spinse la porta che cigolò e si dischiuse.