Ritta ora nel gran vano luminoso, con la sua bella corona di capelli rossi, attese gli adolescenti che salivano l'erta.
Entrarono in un vasto cortile chiuso da un lato da una torre; negli altri tre lati correva un portico oscuro. Le mura si levavan diritte e grigie; rosse in alcuni punti, dove l'opera muraria era in mattoni. Percorsero un androne, chiuso da saracinesche; sbucarono in un cortiletto meno grande del primo; volsero a destra; salirono una scala a chiocciola e furono in una terrazzina.
— Dalla parte del mastio non si passa — disse Giasmîn rivolgendosi — perchè la scala è pericolosa.
Traversarono una grande stanza piena di feritoie e di spiombatoi, ridiscesero, videro un terzo cortile.
— Ma questo è un laberinto! — esclamò Didino.
— Siamo giunti! — rispose Giasmîn. — Poi, indicando con la mano: — Ecco la scala — riprese.
Sotto un arco a sesto acuto, adorno di quattro colonnette appaiate, si intravide la bella scala in marmo, ricca di eleganti balaustrate, della quale saliron due rami e furono innanzi ad una porta dorata che Giasmîn dischiuse facilmente.
— Aspettino; apro le finestre — disse Giasmîn entrando. Udiron nel buio lo stropiccìo dei piccoli piedi nudi, sul pavimento; giunse loro un senso di umidiccio e un tanfo di aria viziata poi un impeto di luce invase la sala, rivestita di damasco verde e decorata da begli affreschi nel soffitto.
— Questa è la sala verde — disse Giasmîn. — Le loro stanze son per di qua.
E volse a destra.