Didino ed Europa guardavano maravigliati e intimoriti la maestà severa del luogo e pareva loro li seguissero sguardi scrutatori e minacciosi.
Poi, come eran rimasti immobili, quasi vinti da particolar fascino suggestivo, Giasmîn li chiamò con allegra voce:
— Si accomodino. Questa è la stanza da pranzo. — Guardarono. Era un enorme vano con zoccoli di legno alle pareti e decorazioni murali figuranti scene di caccia. In mezzo era posta una interminabile tavola di noce alla quale avrebber potuto banchettare, senza trovarsi a disagio, i diecimila di Senofonte; tutt'intorno numerose poltrone dagli ampi bracciali, ricoperte di cuoio nerastro, pareva attendessero gli eroi della gigantomachia. Su la parete di fondo era un trofeo d'armi.
Due ampie finestre a sesto acuto, fiancheggiate da graziose colonnette, davano luce alla sala che aveva in sè una cupa severità e non predisponeva certo al buon umore.
— Mio Dio! — esclamò Europa stringendosi al braccio del compagno: — Questa è una caserma! Io non avrò mai appetito qua dentro.
— Veramente — rispose Didino — è un po' troppo grande per due; ma ci adatteremo.
— La nonna racconta — soggiunse Giasmîn — e dice cose di verità, ch'ella ha risaputo da' suoi vecchi antichi, che in questa sala mangiava il conte Leone co' suoi signori ed erano più di cento; e dice che i cuochi servivano vitelli interi e pecore e agnelli arrostiti e che si consumava in un giorno il vino bastante a tutto il paese di San Benedetto per un mese.
Entrarono poi nella camera nuziale parata di stoffe color rosa, sbiadite dai tempo, biancheggianti qua e là in contorni indefiniti. Aveva il soffitto a volta. Le voci vi risuonavano sonore, come fra gli intercolunnii di una cattedrale.
— E qui dormiranno loro — disse Giasmîn.
Europa chinò il mento al seno e impallidì, come amor che langue; Didino volse gli occhi in giro.