Marcôn pencolava su la primordiale sella, della quale avevano armato la sua antica cavalcatura; pencolava sì per l'inusitata ginnastica, sì per il sonno e la stanchezza. Il Cavalier Mostardo, con le gambe larghe e i piedi infitti nelle staffe fino al tallone, con la grande cravatta rossa svolazzante al vento, il cappello a enormi tese, spinto su la nuca; ritto e scrutante lo spazio, alto più della metà del suo umile seguace anarchico, dominava e il sonno e la stanchezza. Egli pregustava già la gioia del trionfo. Ciò che nessuno aveva potuto, ciò ch'era sfuggito alla vigilanza oculata dei più, non isfuggiva alla sua infallibile percezione, al suo tatto impareggiabile, alla sua furberia ed al suo ingegno. V'era da gloriarsene! E se ne gloriava, accendendosi tutto di sacro amor personale. I repubblicani avrebbero provato ancora una volta come non si potesse fare a meno del Cavalier Mostardo. Nei frangenti più difficili, egli era colui che trovava sempre il bandolo della matassa e disponeva le cose in guisa che il partito repubblicano ne uscisse con onore. Non poteva dirsi egli forse, il portabandiera del suo partito? Un uomo simile non avevano nè i socialisti, nè i monarchici, nè i clericali. In tutta la rosea città non si trovava un secondo Cavaliere (egli amava chiamarsi così, quasi per antonomasia) e gli amici suoi dovevano stimare alta fortuna l'averlo compagno di fede.
Non avevano forse i socialisti tentato corromperlo? E i monarchici e i clericali non gli avevano reiteratamente avanzato lucrosissime proposte pur ch'egli volesse entrare nelle loro file? Ma il Cavalier Mostardo era incorruttibile quale fiero repubblicano convinto sorto da stirpe repubblicana: puro sangue.
Ed esaltandosi così nel pensiero, mentre con una mano reggeva le briglie, con l'altra andava lisciandosi i lunghi e ruvidi mustacchi di corsaro nei quali riponeva ogni estetica ambizione di uomo piacente.
E piacente era in quella sua figura bizzarra, adorna con indigena eleganza romagnola di difficile riscontro.
Aveva i calzoni, a piccoli scacchi bianchi e neri, attillati alle gambe e non tanto lunghi da non lasciar intravvedere le calze rosse prima che gli scarponcelli verdi e gialli rivestissero il piede. Portava una giacchettina sdegnata che gli scendeva a pena oltre la vita, quasi timorosamente pudica, e sì aderente al torso, da farlo risaltare nelle sue linee classiche di virile possanza. Un panciotto a maglia, un'ampia cravatta a nastro, rossa come un cocomero settembrino e un cappello floscio, rotondo, di feltro grigio dalle incommensurabili tese.
Tale era l'avventuroso Cavaliere, figlio di Romagna, la bella.
Per lungo tempo avanzarono muti su l'aspro sentiero mentre l'aurora cedeva, sotto il bacio del mattino, i suoi talami chiari. Su le cime, le ontanete e le case disperse; le folte selve e le fonti, sorgevano da l'ombra a mano a mano, appalesandosi sotto la grande fiamma bionda. Nelle valli passava un chiarore velato, come di crepuscolo permanente.
Il Cavalier Mostarde si rivolse ad un tratto a Marcôn e gli chiese con voce sonora:
— Dì, ranocchio, siamo lontani ancora?
— Ora viene la strada difficile — rispose Marcôn che aprì gli occhi di soprassalto a l'inattesa chiamata.