— Bando ai discorsi; poche chiacchiere e carte in tavola. Io non voglio perdere tempo. Rispondimi a tono. È la via buona questa?
Marcôn si alzò alquanto su la cavalcatura, spinse gli occhi intorno, cercò orientarsi e, dopo una sosta, rispose:
— Sì.
Il Cavalier Mostardo squadrò il profeta dal capo alle piante con un'occhiataccia minacciosa, stette pensoso un attimo, poi esclamò:
— E sta bene. Allora avanti!
La muletta del Cavalier Mostardo riprese facilmente l'erta, a un piccolo grido di avvio; ma non fu così di Fiùt, il vecchio asino che cavalcava Marcôn.
Poichè Fiùt aveva trovato da brucare l'erba nuova, non voleva lasciarsi persuadere dalle grida del provvisorio padrone ch'era suo interesse particolare porsi in cammino, onde cadeva a vuoto ogni percossa e ogni incitamento. Anzi di tanto in tanto alzava il muso e le froge in ridevole smorfia di scherno. Con un bastoncello esilissimo, Marcôn tentava il dorso della coriacea creatura e per l'ira sorda che l'accendeva contro tale caparbietà incrollabile gridava a gola aperta, ansimando:
— Iiüh.... vecchio imbecille! Cammina! Ti leverò il pelo! Arriiii...
Poi, come la bestia indietreggiava nel sentiero, largo a pena qualche metro, e sotto si apriva a picco un precipizio profondo, Marcôn preso da spavento spegneva la voce e gli epiteti in subita dolcezza fraterna:
— Sssst... ferma, ferma, ferma!