Così in vario succedersi di mitezze e di vituperii la lotta continuava da qualche minuto e il profeta ballonzolava in metro poco piacevole su l'orlo del precipizio.

Il Cavalier Mostardo, distante qualche passo, godeva l'inaspettata scena la quale era piacevolissimo diversivo alla monotonia del viaggio e rideva incitando Marcôn:

— Ma picchia sodo!

— Non vedete? Non giova! Ha la pelle d'acciaio, ci vorrebbe un mazzapicchio perchè volgesse gli occhi!

— Scommetti ch'io lo faccio camminare?

— No, per carità, Cavaliere! Questa bestiaccia mi scivola e... chi si è visto, si è visto!

Vi fu un punto in cui le zampe posteriori di Fiùt scivolarono per qualche centimetro lungo il ciglione della gran forra, sì che Marcôn sentì l'improvviso disequilibrio verso l'abisso. Non mandò un grido, ma curvatosi innanzi, si abbrancò con quanta forza aveva, al collo de l'indomabile animale, abbrividendo. Il Cavalier Mostardo si mosse a pietà.

Rifece la strada, si pose dietro la cavalcatura di Marcôn e, un po' con le grida, un po' con le busse che fioccarono solenni e persuasive, riuscì a smuovere Fiùt il quale s'era fitto in capo forse, di essere una immobile pianta.

Ma con l'originalità macabra dei ciuchi, i quali sdegnano seguire la comune via, il vecchio Fiùt da le molteplici piaghe, mentre per lo innanzi si era incaponito di non muover passo, preso ora da subitanea bizzarria (e il maggio aveva sua parte in tale espansione) scuotendo il muso in guisa grottesca e sferrando a l'aria coppie di calci, si dette a galoppare su per l'erta riducendo il misero cavaliere alla funzione di un pendolo pericolante.

L'anarchico dalla gran capelliera profetica, a ogni impeto del duro galoppo era spinto in grandi rimbalzi disuguali onde vedendosi fra le due terribili probabilità d'esser lanciato su la roccia, o di precipitare nella forra, implorava gridando: