Invano cercò distrarsi, Don Papera, invitando alla sua mensa Don Carnevale, il prete mattoide e musicomane. Anche le scurrili piacevolezze e gli organetti di Barberia del confratello non gli furono di conforto; invano scorse, rilesse, declamò il Cantico dei Cantici e cercò assaporarne le umane dolcezze; invano guardò il lieto rifiorire di Susanna nella stagione nuova e invano volle ammirarla tutta rosea e bella nella veste bianca, ramezzata di papaveri rossi, della quale le aveva fatto dono. Sopra ogni cosa, innanzi a ogni suo pensiero, prima di qualsiasi dolce consuetudine quotidiana, il rincrescimento, il timore, il dubbio stavano quali faci inestinguibili.

I giorni trascorrevano lenti, e pareva si addensassero muti e solenni ne l'oscurità del destino che lo guatava con orribile ceffo da l'ignoto: ogni chiamata, ogni tinnire di campanello gli dette un sussulto improvviso, un'aspettazione dolorosa: perchè, d'attimo in attimo, attendeva la pena, l'inevitabile pena che Monsignor Rutilante gli avrebbe inflitto a castigo.

Povera primavera! E sì ch'egli la sentiva nel sangue, in ebollizioni improvvise, quasicchè serpeggiassero piccoli fuochi quà e là per le sue vene; quasi che la castità non avesse spento ancora l'ara sacra che l'amore riattiva nel cuore degli uomini. Ma un velame di cupa tristezza faceva sì che ogni sensazione illanguidisse svanendo.

Nè le cure assidue che gli prodigò Susanna ebbero potere di rianimarlo, di condurlo su le vie della ragione.

Andarsene voleva dire per Don Papera morire a metà, essere dimezzati, disparire quasi. Egli non era più giovanetto, aveva passato i quarant'anni, si avviava verso l'età in cui l'uomo ama farsi un suo nido per attendervi la morte. Il nido se l'era fatto e così quieto! Un piccolo giardino, cinque stanze e una giovanetta bella! — Tutta la sua religione era in queste cose che Dio gli aveva concesso. E perchè mai glie le toglieva ora?

L'eccitazione che lo tenne, giunse, per andar di tempo, a tal segno, che il piccolo sacerdote invocò il Signore Iddio di toglierlo al più presto possibile da una situazione si ambigua.

Viveva così, miseramente tremando, come colui che si acquatta e chiude gli occhi e tutto si raccoglie temendo l'imminenza di un pericolo, allorquando con fulminea rapidità si sparse la voce che il Cavalier Mostardo era ritornato da un suo viaggio, conducendo seco i fuggitivi. Tale notizia che gli comunicò una mattina Susanna, tornando dal mercato, pose il colmo alla misura.

Rimase qualche attimo senza parola, poi prese una risoluzione improvvisa e gridò alzandosi di scatto dalla grande poltrona su la quale stava abbandonato:

— Susanna prepara le valigie!

— Le valigie?! — esclamò la camerista con estremo stupore. — Ma dove andiamo?